Lo strangolamento economico del popolo palestinese

Mentre tutti i principali leader delle potenze imperialiste, da Biden a Scholz, Macron e tanti altri, piangono lacrime di coccodrillo per “l’eccessivo numero di morti civili” a Gaza, in pratica tutti hanno collaborato con il governo Israeliano. Non solo con aiuti militari ma anche strangolando il popolo palestinese economicamente e socialmente. Infatti, hanno aiutato a creare le condizioni materiali per cui nessuna reale amministrazione autonoma palestinese sia possibile. Stanno collaborando apertamente con Netanyahu mentre quest’ultimo e i suoi amici sionisti di estrema destra cercano di distruggere quel poco che è rimasto di territorio palestinese.

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Al di là della campagna genocida a Gaza e della costante espansione delle colonie nella Cisgiordania, c’è un’altra guerra che si svolge sul fronte economico. Questa include il taglio dei fondi per le organizzazioni di aiuto umanitario dell’ONU, la negazione delle entrate dalle tasse all’Autorità Palestinese e la negazione ai lavoratori palestinesi della possibilità di continuare a lavorare in Israele, come facevano prima del 7 ottobre.

È giusto ricordarci delle condizioni sociali ed economiche a Gaza e in Cisgiordania prima dell’attacco del 7 ottobre. Il tasso di disoccupazione netto nei territori palestinesi di Gaza e della Cisgiordania si aggiravano già attorno al 25%, anche se la situazione in Gaza era molto peggiore.

Un’inchiesta dell’Oxfam del 2009, “The Gaza Strip: A Humanitarian Implosion” (La striscia di Gaza: Un’Implosione Umanitaria), spiegava che già 15 anni fa: “La situazione per 1.5 milioni di palestinesi nella striscia di Gaza [adesso sono 2.3 milioni] è la peggiore ci sia mai stata fin dall’inizio dell’occupazione militare israeliana del 1967. La situazione attuale a Gaza è frutto di azioni umane, totalmente evitabile… La gravità della situazione è incrementata esponenzialmente da quando Israele ha imposto delle restrizioni estreme sulla circolazione dei beni e delle persone in risposta alla presa di potere di Gaza da parte di Hamas…” [enfasi nostra].

La disoccupazione a Gaza si aggirava attorno al 40%, anche se stava crescendo in maniera costante verso il 50%. Il livello di povertà a Gaza è cresciuto enormemente, con l’80% delle famiglie che si affida agli aiuti umanitari. Questo singolo dato enfatizza quanto siano cruciali gli aiuti, come quelli forniti da agenzie come UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente).

Dal 2009, quasi tutta l’economia produttiva di Gaza è stata portata alla paralisi a causa dall’imposizione israeliana di un blocco economico. L’industria ha quasi smesso di esistere, l’agricoltura era in crisi e le migliaia di lavoratori che erano in precedenza emigrati verso Israele per lavorare si ritrovavano disoccupati.

L’inchiesta fa riferimento ad un “popolo imprigionato”. In queste condizioni, la direzione dell’UNRWA fa notare che “una comunità affamata, malata ed arrabbiata non corrisponde al miglior alleato per la pace”. Queste parole, ovviamente, son cadute nel vuoto per il governo Israeliano.

Il blocco economico di Gaza

Queste erano le condizioni a cui era costretta la popolazione di Gaza ben prima dell’attacco del 7 ottobre. La ragione ufficiale di questa politica brutale era l’ascesa di Hamas come primo partito nelle elezioni del 2006, e il consolidamento della sua posizione l’anno successivo attraverso la presa del potere per mano armata della striscia di Gaza.

Il successo elettorale di Hamas scaturì alla disillusione diffusa tra la popolazione palestinese nei riguardi di Fatah e dell’OLP che governava sia la Cisgiordania che Gaza. Questo era dovuto alla corruzione dilagante e alla collaborazione de facto con le forze di sicurezza israeliane per il controllo della popolazione palestinese invece di proteggerla.

Quindi, il blocco economico di Gaza è il modo di punire le persone per aver osato sostenere delle forze non gradite alle autorità israeliane. Il messaggio era chiaro: se non votate per i leader palestinesi che collaborano con Israele allora vi strangoleremo economicamente e vi bombarderemo ogni qualvolta lo riterremo necessario.

Questa la situazione a Gaza descritta dall’UNRWA nell’agosto del 2023 (August 2023 UNRWA report):

L’economia e la sua capacità di creare posti di lavoro è stata devastata, e ha condotto a un impoverimento e regressione dello sviluppo di una società altamente qualificata e istruita. L’accesso ad acqua potabile ed elettricità rimane a livelli di crisi ed influisce su praticamente ogni singolo aspetto della vita. L’acqua potabile è inaccessibile per il 95% della popolazione. L’elettricità è disponibile in media al massimo per 11 ore al giorno per quanto a luglio 2023. Tuttavia, la carenza di energia ha influenzato gravemente l’accesso ai servizi essenziali, in particolare sanità, acqua e servizi igienici, e continua a compromettere la fragile economia di Gaza, soprattutto per i settori manifatturiero e agricolo.

Nonostante la situazione nella Cisgiordania non sia grave come quella a Gaza, nel 2021 si è registrato un livello di disoccupazione che ha raggiunto il 25%, in particolare quella giovanile era al 40%, con quasi un 20% che vive al di sotto della soglia di povertà. La Cisgiordania fa stretto affidamento ai posti di lavoro all’interno di Israele, con circa il 23% della popolazione lavoratrice impiegata in Israele o nei suoi insediamenti in Cisgiordania.

Le grandi potenze tagliano i fondi

Ad oggi il processo di strangolamento sta raggiungendo nuove vette. L’arrivo degli aiuti a Gaza viene reso sempre più complicato, se non impossibile da svolgere, dalla limitazione di Israele al numero di camion che hanno il permesso di entrare nella striscia e dal rifiuto di garantire dei passaggi sicuri per le consegne degli aiuti.

Prima dell’ottobre dell’anno scorso, entrava a Gaza una media di 500 camion di provviste al giorno. A gennaio solamente 140 hanno potuto accedere. In questo momento il numero è sceso a circa 60. In una situazione dove tutte le risorse sono state esaurite, la fame dilaga, soprattutto nel nord. Le persone si ritrovano a dover bere acqua contaminata e a mangiare qualsiasi cosa riescano a reperire, persino mangimi per animali.

Israele si sta inoltre scagliando contro le agenzie umanitarie. Netanyahu si è aggrappato al fatto che, secondo un dossier dell’intelligence israeliana, una dozzina di individui alle dipendenze dell’UNRWA nella striscia di Gaza (su un totale di 13mila dipendenti) hanno contribuito in qualche modo all’attacco del 7 ottobre. Il Washington Post ha analizzato queste accuse ma non è riuscito a dimostrarle in maniera indipendente. Il commissario generale dell’UNRWA, Philippe Lazzarini, ha fatto inoltre notare che Israele non ha fornito alcuna prova per le sue accuse. Tuttavia, queste stanno venendo usate da Israele per fare leva sugli alleati imperialisti al fine accettare le azioni di Israele.

I mass media occidentali hanno riportato queste accuse come dati di fatto e gli USA, con l’immediato seguito di Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Canada e Australia, hanno sospeso i fondi all’agenzia, senza alcun riguardo per le conseguenze umanitarie di cui erano tutti “molto preoccupati” fino a qualche secondo prima. Altri hanno seguito l’esempio, per un totale di paesi che contribuivano a più della metà dei fondi umanitari dell’UNRWA. Questo nonostante il fatto che, quando le accuse sono state presentate alle Nazioni Unite, le persone elencate – alcune delle quali sono ora morte – siano state rapidamente allontanate e sia stata avviata un’indagine.

Possiamo confrontare la velocità con cui gli imperialisti hanno tagliato gli aiuti umanitari, che sono disperatamente necessari per i palestinesi di Gaza, ai loro aiuti militari ininterrotti ad Israele che distrugge tutto ciò che rende possibile la vita all’interno della striscia. Biden sta premendo per una proposta di legge che aumenti gli aiuti ad Israele, la maggior parte dei quali per scopi militari e soltanto una minuscola fetta per “aiuti umanitari”, a condizione che nessuno di questi fondi sia devoluto all’UNRWA. È evidente l’utilizzo di due pesi e due misure.

Oggi, più di due milioni di persone a Gaza dipendono dall’UNRWA per la loro “semplice sopravvivenza” come ha dichiarato il commissario generale dell’agenzia Philippe Lazzarini. A gennaio, circa 1,4 milioni di rifugiati di Gaza venivano accolti in 155 strutture dell’UNRWA ed a un altro mezzo milione di persone venivano forniti altri servizi sempre dall’UNRWA. Johann Soufi, un avvocato ed ex-direttore dell’ufficio legale della agenzia a Gaza, ha dichiarato all’Agence-France Presse che sanzionare l’UNRWA per presunte responsabilità di una manciata di dipendenti corrisponde al punire la popolazione di Gaza.

Per diverso tempo l’UNRWA è stata oggetto di minacce e tagli ai fondi. Già nell’agosto del 2018, l’allora presidente degli USA Trump annunciò che gli USA avrebbero unilateralmente fermato i loro contributi. La verità è che il governo israeliano ha tentanto per anni di ottenere il taglio ai fondi dell’UNRWA. I governi israeliani si sono specificatamente opposti all’agenzia perché sostengono che la sua definizione di “rifugiato” palestinese sia troppo ampia, dal momento che include 5,9 milioni di persone, e che quindi alimenti la speranza di ritornare alle loro case un giorno.

Il problema per i sionisti è l’evoluzione dell’equilibrio demografico tra palestinesi ed ebrei che vivono nelle terre storiche palestinesi, vale a dire Israele, Gaza e la Cisgiordania. In quest’aera ci sono adesso 7,4 milioni di palestinesi a fronte di circa 7,2 milioni di ebrei israeliani. Questo include sia i palestinesi che sono cittadini di Israele (cittadini di seconda classe con meno diritti) il cui numero si avvicina ai 2 milioni su di un totale di 9,3 milioni di persone. Il tasso di nascita tra le donne palestinesi è di circa 4 bambini rispetto ai 3 delle donne israeliane.

Di questo passo, il totale della popolazione palestinese che vive all’interno della Palestina storica continuerà a crescere in rapporto alla popolazione ebrea. Questo spiega inoltre le posizioni dei sionisti estremisti, che vogliono che tutti i palestinesi che abitano in Israele siano espulsi assieme a quelli che vivono a Gaza e in Cisgiordania, e che l’emigrazione degli ebrei dagli altri paesi venga incrementata, in concomitanza col progetto di colonizzazione.

Secondo le stime della popolazione preparate dalla PCBS, c’erano “circa 14,3 milioni di palestinesi nel mondo a metà del 2022”. Di questi, circa 3 milioni si trovano in Giordania, tre quarti dei quali hanno ottenuto la cittadinanza giordana. Circa mezzo milione vive in Siria, 400mila in Libano ufficialmente come rifugiati, e circa 250mila in Arabia Saudita. Questo significa che 11-12 milioni di palestinesi vivono nella regione, i restanti sono emigrati verso l’Europa, le Americhe o altre parti del mondo.

I sionisti vogliono che un numero significativo di rifugiati ottenga la piena cittadinanza nei paesi in cui risiedono attualmente, cosi che nel tempo vengano assorbiti e integrati, perdendo di fatto il loro status di rifugiati e perdendo del tutto la speranza di ritornare alla loro patria storica. Il fatto che ci si aspetti che i cittadini giordani di origine palestinese adottino un’identità giordana è un indicazione di cosa vogliono vedere i sionisti lungo tutta la regione, vale a dire un’eliminazione de facto dell’identità nazionale palestinese. Tutto questo spiega perché i governi israeliani vogliano porre fine all’UNRWA come organismo. Secondo un articolo sul Guardian, l’UNRWA potrebbe vedersi costretta a cessare le sue attività a Gaza se i fondi non verranno ripristinati presto. Per Israele invece, sembra che nemmeno la sospensione dei fondi dell’UNRWA sia abbastanza. Fin da ottobre ci son stati 63 attacchi diretti a edifici dell’UNRWA, con altri 69 che hanno apportato qualche tipo di danni. Un totale di 319 persone rifugiate in strutture dell’UNRWA è stata uccisa, con oltre un migliaio di feriti. Non soddisfatto di questo, il ministro degli Esteri di Israele, Israel Katz, ha dichiarato che verranno presi provvedimenti per cacciare definitivamente l’UNRWA dalla striscia di Gaza al termine della guerra.

La stretta israeliana sull’economia palestinese

Quando l’Autorità Nazionale Palestinese venne istituita ai tempi degli accordi di Oslo del 1994, fu stabilito un accordo noto come Protocollo di Parigi in base al quale Israele raccoglie le imposte sul reddito per conto dell’Autorità Palestinese e poi effettua trasferimenti mensili, previa approvazione del ministero delle Finanze israeliano.

Questo doveva essere un accordo temporaneo della durata di 5 anni, dopo i quali il controllo doveva passare nelle mani dell’ANP. Son passati trent’anni e il passaggio di consegne non è nemmeno iniziato. La ragione di questo è più che ovvia: permette ad Israele di avere un importante strumento di ricatto nei confronti dell’Autorità Palestinese.

Anche dopo che la striscia di Gaza è caduta sotto il controllo di Hamas nel 2007, molti lavoratori del settore pubblico mantennero i loro impieghi governativi e continuarono a ricevere i loro stipendi, che venivano erogati con gli introiti delle tasse sul reddito trasferiti dal ministero delle Finanze israeliano. Ad oggi, quella posizione è occupata da Bezalel Smotrich, egli stesso un colono ed uno degli esponenti sionisti più estremisti, ultra-ortodossi della destra estrema nel governo di Netanyahu.

A novembre, poco dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre nel sud di Israele, il governo di Netanyahu ha deciso di trattenere i versamenti, per un totale di 275 milioni di dollari, inclusi anche somme riscosse prima dell’attacco, che erano destinate ai dipendenti pubblici della striscia di Gaza, sostenendo che questi soldi sarebbero potuti finire nelle mani di Hamas. Come reazione a questo taglio dei fondi, l’ANP ha rifiutato di ricevere gli introiti ridotti, richiedendo il pagamento di tutta l’intero ammontare dovuto.

Lo sviluppo più recente ha visto Israele trattenere le imposte sui redditi, rifiutandosi di mandarle all’ANP. Al contrario, sono state trasferite alla Norvegia con la clausola di non venire toccati previa autorizzazione del governo israeliano. È stato Biden stesso a chiedere a Netanyahu di mandare i ricavati alla Norvegia in modo da “salvaguardarli” così da tranquillizzare i ministri della destra estremista che insistevano che nemmeno un euro dovesse arrivare nelle mani di Hamas a Gaza.

Da allora, la Norvegia ha accettato di trasferire i fondi destinati alla Cisgiordania al contempo trattenendo quelli invece destinati a Gaza. Gaza è amministrata da Hamas, ma l’ANP finanzia spese essenziali che includono ad esempio gli stipendi dei lavoratori del settore sanitario. Ora che quei fondi sono stati trattenuti, la situazione a Gaza continua a peggiorare.

Ogni mese, Israele raccoglie circa 188 milioni di dollari in imposte sul reddito per conto dell’ANP, 2,25 miliardi all’anno. Non si tratta dunque di cifre irrisorie, ma che ammontano al 64% delle entrate dell’Autorità Palestinese. Ad oggi ci sono circa 150mila dipendenti pubblici tra Gaza e la Cisgiordania sul libro paga dell’ANP.

l risultato di questo blocco dei fondi è stato il mancato pagamento di tutto lo stipendio per molti di questi dipendenti. Già nel 2021 i loro stipendi sono stati tagliati del 25% per via delle trattenute continue da parte del governo israeliano. L’ANP è in grave crisi finanziaria, con una quantità enorme di debiti insoluti in costante crescita. La situazione è così grave che agli inizi di febbraio, l’ANP ha dovuto annunciare un taglio del 40% degli stipendi dei lavoratori del settore pubblico.

La decisione della Norvegia di trasferire i fondi per la Cisgiordania può essere spiegata dalla paura che gli imperialisti hanno di un imminente crollo dell’ANP nella regione. La situazione è infatti sull’orlo di una grande esplosione sociale. Attacchi costanti da parte dei coloni e dell’IDF contro la popolazione locale hanno portato a quasi 500 palestinesi uccisi e più di 12mila feriti solamente nel 2023.

A peggiorare ulteriormente le cose nella Cisgiordania vi è il fatto che Israele ha sospeso tutti i permessi di lavoro per circa 130mila lavoratori palestinesi che si recavano in Israele dalla Cisgiordania. Un totale di circa 200mila palestinesi ha perso il proprio lavoro. Più della metà di questi lavorava nell’industria edilizia israeliana. Un lavoratore palestinese nel settore edilizio israeliano poteva guadagnare anche più di 3.000 dollari al mese, che permettevano un tenore di vita ragionevole per chi risiede in Cisgiordania.

Tutto d’un tratto questa fonte di reddito è scomparsa. Ora, un enorme numero di disoccupati in Cisgiordania è obbligato a vendere i propri averi nel tentativo disperato di sfamare i propri figli e di pagare le bollette. Molti hanno visto sospesa l’erogazione di acqua ed elettricità per via di bollette non saldate.

La disoccupazione nei territori palestinesi è balzata da circa il 25% al 47% a partire da ottobre, mentre l’economia palestinese è crollata del 35%. Oggi, un settore enorme della popolazione vive letteralmente alla giornata, non sapendo se riuscirà a sopravvivere fino alla fine del mese.

La situazione a Gaza è a un punto di svolta

Nel mentre, a Gaza la popolazione affronta la minaccia della carestia secondo numerosi osservatori sul campo. Molte famiglie passano diverse ore ogni giorno camminando per chilometri e facendo lunghe code per procurarsi quel poco di cibo e acqua ancora disponibili. Alla fine di dicembre, un rapporto della Famine Review Committee (FRC) ha svelato che almeno un quarto della popolazione di Gaza (più di 500mila persone) si trova davanti al periodo di una carestia estrema.

I bambini in particolare sono i più vulnerabili in situazioni simili, specialmente nei primissimi anni di vita, quando periodi prolungati di malnutrizione possono compromettere lo sviluppo fisico e mentale. Ci sono attualmente più di 130mila bambini sotto ai 2 anni a Gaza. Dunque la situazione potrà avere ripercussioni nel lungo termine sulla salute dei bambini, anche una volta conclusasi la guerra.

L’agricoltura locale, a causa dei bombardamenti massicci e continui, è totalmente al collasso. Molte infrastrutture, come panetterie e magazzini alimentari, sono stati distrutti od obbligati a chiudere. L’approvvigionamento di cibo dall’esterno di Gaza è tutto ciò che rimane alle persone accampate dentro e fuori Rafah e le altre città.

Action Against Hunger, con sede a Washington D.C., ha dichiarato il 17 febbraio: “Se la situazione continua, vedremo uno dei più grandi disastri mai affrontati come operatori umanitari. Sarà colpa della carestia, delle malattie e dell’ambiente di Gaza stesso, reso inquinato e pericoloso, dei resti delle centinaia di bombe, del fosforo bianco, delle fogne a cielo aperto che si trovano ovunque, e dell’acqua non potabile, l’unica opzione per la popolazione di dissetarsi.

La situazione nel nord di Gaza è veramente drammatica. Ci vivono ancora circa 300mila persone nelle condizioni più orrende immaginabili. Secondo un recente servizio della BBC, nella zona isolata del nord di Gaza, “i bambini rimangono per giorni senza cibo, mentre il permesso di accesso a Gaza viene sempre più spesso negato ai convogli umanitari.” Oggi la popolazione è alla fame.

In questa situazione di collasso quasi totale delle infrastrutture essenziali, in combinazione con l’arrivo ridotto di aiuti umanitari, le malattie infettive si diffondono ad una velocità preoccupante. Da ottobre, più di 100mila persone hanno iniziato a soffrire di diarrea, metà di queste sono bambini sotto i 5 anni, un incremento di 25 volte rispetto al periodo precedente. Sono state segnalate centinaia di migliaia di infezioni respiratorie. L’epatite è in crescita e stanno facendo la comparsa numerose altre malattie. Il Global Nutrition Cluster, uno dei partner dell’Unicef, ha avvisato che è imminente un “esplosione di mortalità infantile”.

Le preoccupazioni degli imperialisti

Gli imperialisti hanno buoni motivi per essere preoccupati per la situazione, che sta raggiungendo un punto di svolta. Il popolo palestinese é stato portato ben oltre il limite umano del tollerabile. Quello che abbiamo di fronte è la minaccia di un crollo totale dell’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania, oltre che la devastazione assoluta di Gaza.

Tutto questo ha iniziato a preoccupare seriamente gli imperialisti che osservano i territori sprofondare in un pantano. Ciò che vedono è la bomba ad orologeria che sta per scoppiare, e comprendono che se la popolazione raggiunge il limite della sopportazione allora dovranno affrontare una rivolta generalizzata dei popoli.

Comprendono infatti che per mantenere una qualche parvenza di stabilità nella regione, debba essere garantita ai palestinesi almeno una parvenza di esistenza civilizzata, con cibo, case, sanità di base, lavori e stipendi, e almeno una piccola speranza che un giorno potranno avere una qualche sorta di patria in cui ricostruire la propria vita. Per come stanno le cose adesso, queste speranze stanno venendo distrutte non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania.

L’aggiornamento più recente, che vede le dimissioni del primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh, è una conferma della crisi politica che l’ANP sta attraversando. Sembra che queste dimissioni siano in parte dovute ad un tentativo di formare una qualche sorta di governo tecnico, che sarebbe deputato a governare anche Gaza una volta finita la guerra.

Il termine “governo tecnico” è un eufemismo per indicare un governo non eletto che perseguirà il programma dell’elité dominante. L’ANP a direzione Abbas è ormai screditata agli occhi della maggioranza dei palestinesi e vuole dunque ripresentare gli stessi politici collaborazionisti ma sotto nuove spoglie. Questo è il programma dell’imperialismo USA per i palestinesi.

Per ora tuttavia, Netanyahu fa orecchie da mercante. Come spieghiamo in un precedente articolo, l’offensiva totale contro Rafah sarebbe la goccia che fa traboccare il vaso. Potrebbe aprire ad uno scenario dove centinaia di migliaia di persone disperate che attualmente sono accampate in tende, stime che possono arrivare al milione di persone, si riverserebbero oltre il confine con l’Egitto.

Ad oggi, sembra sia stato confermato che le autorità egiziane stanno prendendo misure precauzionali in vista di questo possibile scenario. Le ultime immagini satellitari sembrano indicare che lungo il confine egiziano con Gaza si stiano svolgendo dei lavori per costruire una zona-cuscinetto recintata per accogliere i rifugiati palestinesi nel caso Israele persegua l’offensiva di terra verso Rafah.

Tutto questo sta preoccupando gli imperialisti che adesso stanno facendo pressioni su Netanyahu per accettare un cessate il fuoco temporaneo e facilitare l’arrivo degli aiuti umanitari. Gli USA hanno abbozzato una propria risoluzione per il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dove propone un “cessate il fuoco temporaneo” per Gaza, ma con la clausola che recita: “non appena sia possibile nei limiti pratici”.

Non dobbiamo illuderci però. L’imperialismo USA non si sta prodigando per far finire i bombardamenti di Gaza. Quel che stanno cercando di ottenere è solo uno stop temporaneo, o “pausa” come piace loro definirla, così da diminuire parte delle pressioni che si stanno accumulando. Il tutto è confermato dal veto recentemente posto alla risoluzione presentata dall’Algeria al Consiglio di Sicurezza ONU che chiedeva un cessate il fuoco immediato.

Tuttavia, come commenta il Financial Times, “L’utilizzo di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [da parte degli USA] per ottenere un cambio di strategia da parte di Israele rappresenta un’importante pietra miliare per gli USA…”. Sotto queste pressioni, il governo israeliano ha ritardato fino al 10 marzo l’offensiva di terra verso Gaza pianificata. Hanno presentato questa data come termine massimo per il rilascio degli ostaggi da parte di Hamas, pena l’inizio dell’offensiva.

La data non è stata scelta a caso. Il ramadan infatti quest’anno inizia proprio la sera di domenica 10 marzo! Lanciare un’offensiva di terra verso Rafah proprio in quel giorno avrebbe un enorme significato simbolico nei confronti dei musulmani di tutto il mondo, in particolare per quelli del Medio Oriente. Di fatto, Netanyahu sputerebbe in faccia a milioni di musulmani della regione.

Nel contesto del fermento sociale in crescita in molti paesi del Medio Oriente, ciò potrebbe portare allo scoppio di numerosi movimenti di portata rivoluzionaria. Ed è per questo che gli imperialisti, con gli USA a giocare un ruolo di punta, stanno cercando di frenare questa corsa verso l’abisso.

Stanno disperatamente cercando qualcuno di cui si possano fidare come leader di Israele. Gantz, il ministro della Difesa israeliano, viene osannato come “l’adulto nella stanza del governo di Israele”, secondo il New York Times, e ancora come “l’uomo che molto probabilmente rimpiazzerà Netanyahu e il suo governo disastroso”.

Gantz tuttavia non è sicuramente un santo. Come Capo di Stato Maggiore sotto Netanyahu, è diventato noto per la gestione in modo spietato dell’“operazione Margine di protezione”, ovvero il bombardamento di Gaza del 2014 che ha ucciso più di 2.300 palestinesi e ne ha feriti oltre 10mila.

Recentemente ha dichiarato che: “Il mondo deve sapere, e i leader di Hamas devono sapere che, se entro l’inizio del Ramadan i nostri ostaggi non saranno a casa, i combattimenti continueranno ovunque, compresa l’area di Rafah.” Questa è la conferma che quando si tratta di annientare i palestinesi, tutti i principali politici sionisti hanno la stessa posizione.

Ciò che è razionale non è sempre possibile

La guerra a Gaza ha ormai già destabilizzato la regione e rischia di destabilizzarla ulteriormente. Se l’offensiva di Rafah verrà portata avanti, tutti i regimi arabi della regione saranno messi in discussione e dovranno quindi affrontare la minaccia di sollevazioni rivoluzionarie. Ciò provocherebbe un’onda d’urto che si ripercuoterebbe in tutto il mondo.

Dal punto di vista delle necessità della classe capitalista a livello globale, è dunque logico che gli imperialisti stiano cercando di far compiere un passo indietro a Netanyahu. Biden ha annunciato fiduciosamente che da lunedì 4 marzo inizierà un cessate il fuoco, che durerà fino a sei settimane secondo alcune fonti.

L’ottimismo di Biden però non è condiviso né in Israele né a Gaza. Il motivo è dovuto al fatto che un cessate il fuoco è solo una misura temporanea e non la fine della guerra come chiede invece Hamas come punto chiave delle sue richieste.

Basem Naim, capo della divisione politica di Hamas a Gaza, ha dichiarato che l’annuncio di Biden è stato “prematuro” e che “non corrisponde alla realtà sul campo”, mentre i funzionari israeliani hanno dichiarato che Hamas sta ponendo “condizioni eccessive”.

L’accordo che viene discusso permetterebbe il rilascio di solamente 40 ostaggi in custodia da parte di Hamas in cambio di 400 prigionieri palestinesi. Questo lascerebbe nelle mani di Hamas la maggioranza dei rimanenti ostaggi. Ciò significa che se anche questo accordo venisse accettato dalle parti, andrebbe a fornire al popolo palestinese di Gaza soltanto una boccata d’aria temporanea e non la fine della guerra.

Netanyahu continua ad insistere che, anche qualora ci fosse un accordo sul cessate il fuoco, proseguirà con la preparazione per l’attacco su Rafah, il che non promette nulla di buono. Il problema è che gli interessi più generali del capitalismo globale non corrispondono a quelli di Netanyahu e dei suoi colleghi di gabinetto della destra estrema, e anche di una parte importante della classe dirigente sionista.

Perfino il cosiddetto “moderato” Gantz si distingue da Netanyahu, non sull’obiettivo di sottrarre ai palestinesi quel poco rimasto della loro terra storica, bensì sul come e quando. Inoltre dà l’impressione di essere in qualche modo più sensibile alle pressioni degli imperialisti sostenitori di Israele.

Per Netanyahu d’altro canto, ritirarsi e lasciare Hamas al potere a Gaza significherebbe segnare la fine della sua carriera politica. L’estrema destra provocherebbe infatti la caduta del suo governo a cui seguirebbero le elezioni dove Netanyahu uscirebbe sconfitto, e tutti i suoi problemi legali pendenti potrebbero ripercuotersi sul suo destino personale.

Questo spiega le sue ultime manovre che hanno l’intenzione di mandare all’aria ogni tentativo di accordo con Hamas sugli ostaggi, ponendo delle condizioni specificatamente impossibili da accettare per Hamas. Secondo The Times of Israel, il 25 febbraio funzionari israeliani hanno accusato Netanyahu di “cercare di far naufragare il nascente accordo sugli ostaggi con lo scopo di compiacere gli elementi di estrema destra nel suo governo.”

Ad un certo punto Netanyahu potrebbe però oltrepassare il limite, aprendo la possibilità di un conflitto più ampio con l’Egitto e con altri regimi arabi. L’aumento di schermaglie militari al confine libanese potrebbe portare ad un’escalation anche in quella zona. Tutto questo andrebbe a mettere un bastone fra le ruote del processo di normalizzazione, rispetto al quale gli imperialisti si sono molto impegnati, tra Israele e Arabia Saudita così come con gli altri paesi della regione. Ad un certo punto, alcuni elementi importanti all’interno delle istituzioni israeliane potrebbero quindi giungere alla conclusione che per Netanyahu sia ora di andarsene. Non siamo ancora arrivati a quel punto ma chiaramente i suoi giorni sono contati.

Il problema che gli imperialisti stanno affrontando è che a volte ciò che è razionale in astratto non è sempre possibile da applicare nelle condizioni concrete sul campo. Viviamo in epoca di crisi del sistema capitalista senza precedenti. Il margine di manovra delle singole potenze, grandi e piccole, è fortemente ridotto. Questo può fornire a individui in posizioni chiave di comando un potere sproporzionato per un periodo temporaneo. Nel frattempo, i conflitti per i mercati e le sfere d’influenza diventano sempre più acuti e diverse situazioni vengono spinte al limite, fino a sfociare nella guerra aperta, dove le contraddizioni diventano ancora più acute.

A farne le spese sono i lavoratori di tutti i paesi. I palestinesi sono intrappolati in questa contraddizione, ma la loro immensa sofferenza sta anche riportando in primo piano l’impasse dell’intero sistema. E questo spiega perché la stragrande maggioranza dei lavoratori e dei giovani di tutto il mondo si immedesima e si schiera istintivamente con la loro causa. La lotta di classe attraversa come una spessa linea rossa la questione palestinese e riguarda tutti i paesi.

È compito dei lavoratori di tutti i paesi risolvere questa contraddizione, non perdendosi in questo o quel dettaglio, ma abbattendo l’intero sistema capitalistico.