L'Ulivo ha spianato la strada a Berlusconi
Ricacciamolo via con le lotte sociali

Editoriale di FalceMartello, No 147

Come previsto le destre hanno vinto le elezioni, ce ne possiamo rammaricare ma questo serve a poco, diceva Spinoza "non piangere, nè ridere, ma capire". Ed è difficilmente contestabile che a preparare la vittoria di Berlusconi siano stati i 5 anni di governo dell'Ulivo.

E' interessante notare come il cavaliere di Arcore sia riuscito ad incassare il sostegno di Gianni Agnelli e della maggioranza in Confindustria. Gli applausi ricevuti a Parma dal gotha del capitalismo italiano, dimostrano fino a che punto l'atteggiamento prevalente del padronato sia oggi sostanzialmente orientato al Polo.

Quello che più piace alla borghesia di queste elezioni è che la vittoria di Berlusconi ha dei confini netti e che allo stesso tempo nell'Ulivo c'è un riequilibrio dei rapporti di forza a favore della Margherita a discapito dei Ds.

La raccomandazione che viene fatta da Confindustria è che "l'opposizione collabori lealmente con il governo". E' del tutto naturale che i padroni più lungimiranti vedano la necessità per il futuro di consolidare la politica dell'alternanza tra Polo e Ulivo. Due coalizioni ugualmente liberiste, che si confrontino su programmi sostanzialmente indistinguibili, che si richiamino al sistema in voga negli Stati Uniti.

Ma l'Italia non è l'America (dove per altro anche lì sono in corso delle trasformazioni), non solo per il fatto che il bipolarismo non riesce ad imporsi, quello che più conta è che nessuna delle due coalizioni in Italia può essere definita come forza liberale classicamente borghese, nel senso di rappresentare direttamente gli interessi del grande capitale.

Berlusconi che pure offre maggiori garanzie del '94, rappresenta comunque per la classe dominante un pericolo per il suo potenziale provocatorio nei confronti del movimento operaio, particolarmente in un contesto dove Forza Italia non ha oppositori nella Casa della Libertà.

La vittoria plebiscitaria di Silvio Berlusconi riduce sempre più i suoi alleati alla schiera di comparse, i contrappesi moderati rappresentati dalle forze "centriste" del Polo escono obiettivamente frantumati dalle elezioni, il Biancofiore avrà anche una rappresentanza, in termini di deputati, superiore a quella della scorsa legislatura ma obiettivamente vede ridursi di molto il suo peso specifico, non è un caso che d'Onofrio a urne chiuse abbia posto apertamente la prospettiva della confluenza in Forza Italia.

Dall'altra parte anche l'Ulivo presenta dei problemi, non solo perchè esce sconfitto da questa competizione, ma soprattutto perchè la crisi devastante che attraversa i Democratici di sinistra rischia di provocare una frattura nella coalizione, che per la borghesia rappresenta ovviamente un elemento di instabilità denso di pericoli e di incognite.

Negli ultimi anni una certa sinistra ha tentato di dimostrare il ruolo dei Ds come rappresentanza strategica della borghesia italiana. Abbiamo spiegato più volte nelle pagine di questo giornale come questa sia una posizione settaria, che non tiene conto dei forti legami che questo partito mantiene con le classi subalterne (e soprattutto della sua tradizione) che continua a pesare in strati decisivi del movimento operaio.

Indubbiamente il fatto che la Quercia esca fortemente ridimensionata dalla tornata elettorale e che la Margherita aumenti i propri consensi non manca di essere un elemento di forte soddisfazione per la classe dominante, come emerge da numerosi articoli degli opinionisti pubblicati sui quotidiani nei giorni successivi alle elezioni.

La "pressione" costante esercitata in questi anni dalla borghesia sull'apparato Ds e la loro vicinanza, da qualcuno intesa come "unità organica", tenderà a ridursi visibilmente nei prossimi anni, questo rattristerà non poco i burocrati diessini.

Dopo aver assaggiato il potere, nelle lussuose stanze ministeriali a stretto contatto con i "poteri forti" della finanza, dell'economia (proprio a questo servivano i circolini e le fondazioni culturali come ItalianiEuropei) quegli stessi uomini e donne dell'apparato Ds si ritroveranno all'improvviso privati del ruolo di rappresentanza che temporaneamente era stato loro affidato la borghesia, scaricati e sempre più isolati nei salotti dei piani alti.

Il bilancio dei Ds non può certo essere positivo: dopo aver fatto il lavoro sporco per la classe dominante (limitiamoci per brevità a ricordare la guerra nei Balcani, l'attacco sistematico a salari e pensioni, la privatizzazione del patrimonio pubblico, lo smantellamento dello stato sociale) sono ridotti al lumicino sul piano elettorale, in crisi di militanza, di identità e di prospettiva, dilaniati dallo scontro interno tra le diverse componenti.

Chi scrive aveva ampiamente previsto questo scenario tempo addietro, è interessante ribadire oggi i possibili sbocchi di questa crisi, che non è più potenziale, non è più una prospettiva, ma diventa sempre più concreta con conseguenze importanti sullo scenario politico italiano.

Quando Berlusconi dopo la vittoria elettorale ha fatto appello all'Ulivo "per un'opposizione leale e costruttiva" che non si rivolga alla piazza, Fassino ha tentato di rassicurarlo. D'altra parte i dirigenti Ds avendo perso in questi anni molti legami con la propria base storica di riferimento sono incapaci anche solo di immaginare un'opposizione seria e di massa al governo delle destre.

Ma Fassino, o chiunque altro nella Quercia in questo momento, quando parla può farlo solo a titolo personale, ogni concetto di "solidarietà di casta" nei Ds è saltato, ognuno gioca per sè e non è escluso, che un settore della burocrazia decida a questo punto di giocare la carta "socialdemocratica", dell'unità delle sinistre, di rivolgersi ai lavoratori, ai ceti popolari in un sorta di ritorno al "vecchio, glorioso passato" per scalzare i propri avversari.

Un altro settore, non c'è dubbio, giovandosi del buon risultato della Margherita, proporrà con forza rinnovata la prospettiva dello scioglimento dei Ds nel partito democratico, e c'è da aspettarsi nei prossimi mesi un sgocciolamento costante di quadri che dai Ds approderanno ai lidi della Margherita.

La crisi dei Ds si è ovviamente riversata nella campagna elettorale, si è assistito a una situazione più unica che rara con i due principali leader che in piena campagna elettorale hanno abbandonato la direzione di guida per dedicarsi alle proprie campagne personali. Viene da sorridere di fronte a una tale abdicazione quando Folena e l'Unità accusano il Prc di aver favorito la vittoria delle destre.

La sensazione nettissima che ha dato d'Alema entrando sorridente e quasi trionfante in un teatro per incontrare i suoi elettori a Gallipoli alle 12.00 di lunedì 14 maggio (quando era ormai accertata la vittoria di Berlusconi), era chiaramente quella di chi aveva lavorato per questo esito elettorale, il migliore per aprire lo scontro nel partito partendo da una posizione di forza. Non dimentichiamo che nel '94 fu proprio la vittoria di Berlusconi che permise a d'Alema di scalzare Occhetto.

Non a caso da quello stesso teatro il presidente dei Ds ha proposto di convocare il congresso nazionale del partito ottenendo nel giro di 24 ore le dimissioni di Veltroni da segretario.

Veltroni ha comunicato di volersi dedicare interamente a fare il sindaco di Roma (o in caso di sconfitta il leader dell'opposizione), la qual cosa ha tanto il sapore di una diserzione che prepara la strada a una futura confluenza nella Margherita in caso di una sconfitta nel prossimo congresso del Ds.

Ma il buon risultato deli centristi dell'Ulivo rischia di essere una grande illusione, la Marghe-rita in primo luogo non è un partito, ma un cartello elettorale alla quale partecipano quattro diverse forze politiche, con quattro burocrazie che hanno interessi diversi fra loro, anche se si riuscisse a metterle insieme, non è affatto detto che un partito del genere sia in grado di mantenere il consenso elettorale ottenuto in queste elezioni, che è stato trascinato chiaramente dalla posizione di Rutelli come leader anti-Berlusconi e dall'assoluta assenza dei Ds nella competizione elettorale.

E' inevitabile che nei prossimi mesi ci sarà una tendenza alla polarizzazione all'interno dell'Ulivo: da una parte il Girasole e la destra dei Ds che graviteranno sempre più verso la Margherita, dall'altra il Pdci che sarà inesorabilmente attratto

nell'orbita dei Ds. Se non altro è un processo che contribuirà a fare chiarezza: da una parte una forza chiaramente borghese e liberale, dall'altra una forza socialdemocratica di destra che manterrebbe un legame privilegiato con le burocrazie nel movimento sindacale.

Il ruolo della Cgil in questo processo è sicuramente interessante, non a caso il sindacato di Cofferati si è subito distinto per fare una dichiarazione contro il nuovo governo e il suo programma in tema di pensioni, sanità e salari.

Dopo tanti anni di concertazione, il bilancio per i lavoratori è a dir poco negativo, i salari reali sono calati almeno del 10% mentre i profitti sono andati alle stelle. L'apparato sindacale si è certamente giovato dei buoni rapporti avuti con i "governi amici" che si sono tradotti in posti nei consigli d'amministrazione nelle aziende pubbliche, in finanziamenti diretti e indiretti di ogni tipo (assistenza fiscale, distaccamenti sindacali, finanziamenti a fondo perduto), in un riconoscimento privilegiato in sede di trattativa del ruolo preminente di Cgil-Cisl-Uil.

Tutto questo ha certamente avuto un prezzo, la percezione dei lavoratori nei confronti della Cgil è cambiata notevolmente, il distacco verso il sindacato particolarmente tra i giovani operai ha raggiunto un punto senza precedenti. Il rischio per la burocrazia sindacale è che con il governo Berlusconi, verrebbe a mancare oltre al sostegno dei lavoratori anche quello del governo.

Infatti il nuovo esecutivo si sta preparando a ricostruire una parvenza di concertazione, rivolta però esclusivamente a Cisl, Uil e sindacalismo autonomo, in un quadro obiettivamente più logorato sul piano economico e su quello delle relazioni sociali.

Già oggi con le lotte alla Fiat, ai Mc Donald, nella Sanità, nei trasporti, tra i lavoratori precari è in corso un processo di radicalizzazione e di mobilitazione che rappresenta una prima rottura della tregua sindacale che ha asfissiato il movimento operaio in questi anni.

La linea degli accordi separati alla Fiat di Cassino, alla Zanussi, sui contratti precari inaugurata dalla Confindustria subirà un'accelerazione con il governo Berlusconi, una situazione che per certi versi ci riporterà agli anni '50 e che sanzionerà definitivamente la morte del "sindacato unico" così come era stata concepito in tempi non lontani dalla stessa burocrazia.

Ne emerge per l'apparato Cgil, almeno per un settore, la necessità di ricostruirsi una base d'appoggio tra i lavoratori, pena il totale isolamento di quello che ancora oggi è il principale sindacato italiano.

Come nel '94 con il primo governo Berlusconi, potremmo vedere la Cgil, abbandonare la linea del compromesso ad oltranza per tornare timidamente a convocare degli scioperi. E ovvio che non si tratta di un rinsavimento ma piuttosto di un tentativo di costruirsi per il futuro una base più ampia di contrattazione.

Non c'è dubbio che questa nuova situazione nel sindacato entri in sinergia con la crisi apertasi nei Ds, non a caso D'Alema nello scontro con Veltroni si rivolge in primo luogo a Sergio Cofferati e ai numerosi segretari delle Camere del Lavoro (si pensi a Panzieri, Marcenaro e altri) che oggi si collocano al suo fianco nello scontro interno alla Quercia.

In un quadro del genere le stesse sinistre interne di Salvi e Gloria Buffo che oggi sono diversamente collocate nel partito potrebbero fare blocco con d'Alema, dal quale non li divide nessuna questione politica fondamentale, tanto più che d'Alema, svincolato da responsabilità di governo non avrà grossi problemi in futuro per sposare la "linea jospiniana" che rappresenta il cavallo di battaglia della sinistra Ds: dall'opposizione tutto gli verrà più facile, almeno a parole.

In questo processo, sulla possibilità che si realizzi in queste forme, sui suoi tempi, entrano certamente in gioco molti fattori tra cui l'atteggiamento del governo, l'esplosione di nuove lotte sociali, il contesto economico internazionale, lo stesso ruolo di Rifondazione Comunista.

Da questo punto di vista a noi pare che il partito non possa limitarsi ad autoglorificarsi per il risultato ottenuto alle politiche, che comunque anche tenendo conto dei voti del Pdci è di gran lunga inferiore a quello del '96.

Rifondazione comunista nei prossimi anni deve fare ogni sforzo per rivolgersi ai lavoratori, promuovendo attraverso i propri militanti l'organizzazione del conflitto sui punti strategici fondamentali del proprio programma: salari, pensioni, sanità, scuola, fisco.

La manifestazione di Genova sarà una tappa fondamentale in questo processo, a condizione che il partito si orienti in primo luogo alla classe lavoratrice, alle sue organizzazioni sindacali, promuovendo da una parte un'alternativa rivoluzionaria al sistema capitalista e dall'altra sapendo collocarsi tatticamente nella crisi che attraversa i Ds e la Cgil per strappare le basi di queste organizzazioni dall'influenza esercitata in questi anni dalle politiche concertative e riformiste che tanti disastri hanno provocato rendendo il terreno così fertile per le destre.

Ci sarà anche oggi chi come nel '94 dipingerà decenni di reazione e scenari catastrofici. Per parte nostra siamo assolutamente convinti che, se è vero che la destra ha segnato un punto a proprio favore, siamo solo all'inizio di uno scontro che vedrà i lavoratori, i giovani, tornare presto a impugnare le bandiere rosse, gettate nella polvere dai dirigenti dei Ds, per avviare una nuova riscossa sociale.

Come il governo Tambroni nel '60 provocò l'insurrezione nelle giornate di luglio, così Berlusconi, Bossi e Fini prepareranno la strada a nuove esplosioni rivoluzionarie, la molla è carica,una nuova epoca di contestazione globale alle politiche capitaliste si sta aprendo di fronte a noi. Il primo appuntamento è quello di Genova, noi ci saremo e faremo di tutto perchè ci siano anche quei metalmeccanici che il 18 maggio scenderanno in lotta per opporsi all'arroganza di Confindustria.

E' un nostro impegno che rilanciamo a tutto il Partito della Rifondazione Comunista e a tutti quei compagni che si richiamano agli ideali del comunismo, della libertà, dell'emancipazione delle classi subalterne.

Milano, 16 maggio 2001

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