L’essenza di una rivoluzione è l’intervento diretto delle masse nella vita
politica di una nazione. Rappresenta una rottura radicale con la routine
quotidiana, dove le masse lasciano le decisioni chiave che determinano la loro
vita nelle mani dei poteri costituiti. Questa rottura si verifica solo nei
momenti in cui la maggioranza giunge alla conclusione che l’ordine esistente
è incompatibile con la propria esistenza. Una rivoluzione è una situazione
dove le masse prendono il loro destino nelle proprie mani. See also:
Questo è quanto abbiamo visto in Bolivia. Venerdì 17 ottobre, dopo diversi
giorni di scontri violenti in cui sono morte oltre 70 persone e con La Paz, la
capitale, in mano a decine di migliaia di manifestanti – lavoratori, minatori,
contadini -, il presidente, Sanchez de Lozada, ha dovuto abbandonare il potere.
I manifestanti hanno bloccato La Paz e altre città. Si sono formati soviet ad
El Alto. La Bolivia, il paese più povero e instabile dell’America Latina, è
stata paralizzata dalla metà di settembre per le proteste antigovernative.
Lozada, scontrandosi con questo impressionante movimento di massa, ha cercato di
guadagnare tempo facendo concessioni, incluso un referendum sul conteso progetto
del gas e una nuova legge che abolisse l’odiata legge energetica. Ma la feroce
repressione da parte delle forze armate ha avuto il solo effetto che la
richiesta di dimissioni fosse ancor più decisa da parte dei manifestanti e dei
loro dirigenti. Marx ha spiegato che in certi casi la rivoluzione per avanzare
ha bisogno della frusta della controrivoluzione.
Il massacro di El Alto il 12 ottobre ha trasformato tutta la situazione. Nel
momento della verità, Gonzalo Sanchez de Lozada si è trovato sospeso in aria.
Quello che apparentemente era un formidabile apparato dello stato è stato
incapace di salvarlo.
Lozada ha protestato affermando che il suo rovesciamento rappresenta un colpo
alla democrazia in Bolivia e in America Latina. Suona molto ironico se si
considera che è stato eletto con solo il 22% dei voti. Il quotidiano britannico
The Guardian (21/10/03) ha pubblicato un articolo con un titolo interessante:
“Giustizia nelle strade: il rovesciamento del presidente boliviano è un
avvertimento che non si possono ignorare le domande dei poveri dell’America
Latina”. L’articolo commentava: “La scorsa settimana poteva contare sulla
lealtà di meno della metà della già piccola minoranza che realmente lo aveva
votato. E’ alla testa di un governo che ha sparato sulla folla uccidendo 50
manifestanti nei giorni che hanno preceduto le sue dimissioni”.
La democrazia in Bolivia è sempre stata una foglia di fico che occulta una
dittatura dell’oligarchia arricchita, che a sua volta è solo un’agenzia
locale del dominio imperialista Usa. Dolo la rivoluzione del 1952, quando i
lavoratori avevano realmente il potere nelle loro mani ma mancavano di una
direzione, ci fu un colpo di stato militare (con l’appoggio statunitense).
Vent’anni di dittatura militare alla fine spinsero le masse a una nuova
insurrezione rivoluzionaria negli anni ottanta, quando in un solo giorno ci
furono cinque presidenti. Un paese potenzialmente ricco è stato ridotto alla
povertà più abietta a causa del saccheggio imperialista tramite l’agenzia
locale dell’oligarchia boliviana, nota come La rosca.
Nello scorso periodo gli Usa sono giunti alla conclusione tardiva che la
dittatura militare non era un alleato affidabile. Washington aveva avuto una
serie di brutte esperienze, come nel caso di Noriega a Panama, ed è giunta alla
conclusione che era meglio basarsi su un regime “democratico” debole. Ciò
nonostante l’accordo dell’imperialismo Usa con la democrazia è solo un
movimento tattico che può volgersi nel suo contrario se la situazione lo
richiede.
Ad ascoltare le notizie sembra che le masse abbiano festeggiato nelle strade il
proprio successo nel rovesciare il presidente. Ma il successore si imbatterà
negli stessi problemi di Lozada, si scontrerà con una crescente opposizione
delle masse perché i loro problemi non si possono risolvere su basi capitaliste.
Le masse pazienteranno un po’ ma questa non è infinita. Il rovesciamento di
Lozada è stato il primo grande successo della rivoluzione boliviana. Ma è
troppo presto per gridare vittoria. I compiti più importanti della rivoluzione
non si sono ottenuti. Le battaglie più importanti si produrranno in futuro.
Il corso di una rivoluzione è segnato dall’ascesa e dal declino di tutta una
serie di partiti e dirigenti. La caduta di Lozada è solo l’inizio. Ma non sarà
l’ultimo atto. Una rivoluzione si caratterizza anche per le divisioni che si
producono nella classe dominante. Un settore dice: dobbiamo fare concessioni o
ci sarà una rivoluzione. Un altro dice: non dobbiamo fare concessioni o ci sarà
una rivoluzione. Entrambi hanno ragione.
Nel fondo, questa è una rivoluzione contro generazioni di povertà, oppressione
e sfruttamento che risalgono all’epoca dei conquistadores. Sotto il dominio
spagnolo, decine di migliaia di indigeni quechua e aymara sono morti lavorando
nella grande montagna d’argento a Potosì per finanziare l’impero spagnolo.
Questo saccheggio brutale è continuato sotto le dittature militari e ora anche
sotto i governi eletti. Sanchez de Lozada è proprietario di uno dei principali
giacimenti minerari della Bolivia. E’ un rappresentante tipico
dell’oligarchia boliviana, un minuscolo pugno di super-ricchi che ha fatto una
fortuna dissanguando senza pietà la popolazione. I minatori boliviani dello
stagno lavorano in condizioni disumane. Per decine di migliaia di loro lo stagno
significa povertà e morte prematura.
Il Guardian dice le seguenti cose:
“Vivendo in uno dei paesaggi più spettacolari del mondo, a una elavata
altitudine e nella maggioranza dei casi in una triste povertà, i boliviani
impararono a sopravvivere attraverso la solidarietà e la militanza. Due terzi
della popolazione vive sotto la soglia di povertà e un terzo nella povertà
assoluta. Quando negli anni ’80 affondò il mercato dello stagno, decine di
migliaia di minatori licenziati ricorsero alla coltivazione di uno dei
principali prodotti di esportazione boliviana: la foglia di coca. Adesso il
governo sta introducendo un programma, finanziato dagli Usa, di sradicamento
della coca criminalizzando le coltivazioni senza offrire un’alternativa in
cambio.
I metodi non sono gradevoli: violenza e carcere sono le pene per la non
cooperazione; la miseria è la ricompensa per chi si adegua. L’elemento
scatenante delle recenti proteste è stato il piano di consorzio sostenuto dalla
Gran Bretagna per vendere gas naturale (di cui la Bolivia possiede grandi
riserve) agli Usa e al Messico attraverso un vecchio nemico della Bolivia: il
Cile. Superficialmente la protesta sembrerebbe irrazionale. Perché i poveri di
un paese povero fanno obiezioni su una fonte di guadagno ottenuta con lo
sfruttamento delle risorse naturali del paese? La risposta va trovata tanto
nella memoria di Potosì come nei quindici anni di riforme di libero mercato
promosse da Sanchez Lozada nel primo periodo del suo mandato nel corso degli
anni ’90.”
Mesa chiede tempo
Sabato 18 ottobre il vicepresidente di Lozada, Carlos Mesa, si è insediato
promettendo elezioni anticipate. Si tratta di un trucco abituale della classe
dominante quando teme di essere rovesciata. Quando la repressione si rivela
inutile si passa alle concessioni e alle manovre. Si fanno le promesse più
stravaganti. Però le promesse costano poco. Il problema è come far uscire il
paese dalla sua schiacciante povertà. A questa domanda Mesa non ha risposte.
In questo momento il paese è calmo. Ma questo non riflette un appoggio di massa
al nuovo presidente, come qualcuno ha affermato. L’ambiente generale tra le
masse è di vigilanza e sospetto. Sperano che la nuova amministrazione faccia
qualcosa, ma l’esperienza passata li rende sospettosi. Si tratta di una calma
temporale prima della prossima tormenta. Mesa finirà con l’essere detestato
da tutti. Per ora si bilancia nervosamente tra le classi, come un equilibrista
sulla corda in un circo, che tenta di non cadere nel vuoto.
Dopo il giuramento Mesa ha supplicato di concedergli tempo: “Dateci uno spazio,
un po’ di tempo per lavorare”. Durante il discorso Mesa ha riproposto varie
concessioni che Lozada aveva già offerto quando tentava di sparare la sua
ultima cartuccia per mantenersi al potere. Ma gli esperti legali affermavano
immediatamente, anche se con cautela, che le misure proposte non erano
costituzionali, come nel caso della proclamazione di un referendum sulle
esportazioni del gas naturale o che le direttive non erano appropriate, come nel
caso dell’assemblea costituente. Ci sono mille e un argomento simili e trucchi
che la classe dominante può utilizzare per ritardare e sabotare, frustrando la
volontà popolare. Però le masse in generale non si lasciano impressionare dai
sofismi legali e dalle conversazioni intelligenti. Le masse esigono azioni e non
parole!
Non contestiamo che ci siano illusioni nel nuovo presidente. Queste sono più
forti nella classe media benestante e i professionisti di La Paz. Marcelo Callo,
un assessore alle esportazioni delle piccole imprese, diceva il seguente:
“Sanchez de Lozada non ascoltava nessuno tranne un piccolo gruppo di aiutanti
e ministri. Mesa sembra essere un uomo del popolo”. Secondo Gonzalo Chàvez,
un economista di La Paz, i boliviani vogliono un’amministrazione onesta e
aperta, con più partecipazione della società civile. “(Mesa) dovrà
ricercare la governabilità sociale, che comporta patti con i lavoratori, gruppi
di azione locale e imprenditori perché il governo smetta di essere contestato
nelle piazze”.
Anche certi dirigenti dell’insurrezione sono disposti a dare credito al nuovo
presidente. Sembrerebbe che Mesa, sarebbe stato ricevuto affettuosamente in una
riunione ad El Alto, uno degli epicentri del movimento rivoluzionario, dove le
truppe e la polizia avevano sparato e assassinato almeno trenta persone solo una
settimana prima, un episodio che comportò le definitive dimissioni di Lozada.
Però tra i poveri le speranze verso Mesa sono moderate dalla vigilanza. Sanno
che per loro è pronto un coltello affilato, sono disposti per un po’ a vedere,
ma non aspetteranno per sempre.
Queste illusioni vengono stimolate accuratamente dai partiti di sinistra
dell’opposizione. Evo Morales, dirigente del Movimiento hacia el Socialismo (Mas),
arrivato secondo nell’elezioni dell’anno scorso, si è dato da fare per
tendere una mano al nuovo presidente. Morales ha detto in un canale tv: “Credo
che è importante concedergli un periodo di grazia”.
Nel suo primo discorso “ha espresso il pensiero del popolo boliviano, dobbiamo
aspettare che organizzi il suo gabinetto con i suoi rappresentanti”.
Morales non ha fretta di buttare giù Mesa. Però i produttori di coca, che
nominalmente rappresenta, che nominalmente rappresenta, hanno giurato che
continueranno a bloccare le strade, mentre l’altro dirigente contadino del
paese, Felipe Quispe, ha dichiarato che lui non offrirà alcuna tregua. Come
dirigente della federazione dei contadini ha giocato un ruolo chiave nel blocco
delle strade del paese contribuendo alla caduta di Sanchez de Lozada.
Quispe continua ad esigere che il governo applichi le 72 richieste del suo
gruppo e a queste ne ha aggiunta una nuova: che Mesa non concluda quanto resta
dei cinque anni di mandato e convochi nuove elezioni non appena sarà possibile.
Mesa si è mostrato d’accordo con questa rivendicazione nel suo discorso
inaugurale, ma Quispe ha comunque detto che: “in qualsiasi caso continueremo
con i blocchi”. Aggiungendo: “Non staremo mai con il governo, staremo sempre
con l’opposizione”. Questo dimostra che esiste una profonda corrente
sotterranea di sfiducia e furia tra le masse che si riflette nella intransigenza
dei dirigenti naturali. Carlos Toranzo, dell’Istituto Latinoamericano, ha
dichiarato sul Financial Times: “Tuttora esiste molta rabbia tra i boliviani
che può provocare altri morti”. L’esperienza dell’ultimo mese “ha
prodotto una radicalizzazione di alcune persone che chiedono vendetta”.
L’economia e l’imperialismo
Per ora la borghesia boliviana si è vista obbligata a ritirarsi e ad
abbandonare la repressione a favore delle manovre e degli intrighi. Nonostante
questa svolta cosmetica, non ci sono differenze reali tra Mesa e Lozada. E’
simile a una ritirata tattica in guerra. Nella misura in cui è stata sconfitta
la prima linea di difesa, Mesa si è ritirato nella seconda linea, dirigendosi
alle masse e promettendo – solo di promesse si tratta – il sole, la luna e
le stelle, a una condizione: che le masse abbandonino le piazze e tornino a
casa, che ritorni la “normalità”, che tornino a regnare la “legge e
l’ordine”. Quando il movimento rientrerà, allora l’oligarchia passerà
nuovamente all’offensiva e tornerà indietro su tutte le concessioni.
Questo messaggio, nonostante tutto, non sarà accettato facilmente dalle masse,
che si sono risvegliate all’azione e hanno avuto modo di vedere il potere che
risiede nelle mani della classe operaia quando questa si mobilita ed è unita. I
minatori hanno visto il potere della dinamite. Però molto più poderoso del
potere della dinamite è l’unità della classe operaia. Pertanto a Mesa non
resta altra alternativa che cavalcare la tigre. Disgraziatamente, come dice un
vecchio proverbio indigeno: un uomo che cavalca una tigre ha molti problemi per
tornare con i piedi per terra. I lavoratori e i contadini non si accontenteranno
facilmente di parole e promesse roboanti. Già hanno avuto molto di questo!
Adesso vogliono risultati concreti.
Mesa si manterrà o cadrà secondo l’andamento dell’economia. Nonostante la
bassa inflazione e diversi anni di crescita del Pil, le esportazioni del paese
sono stagnanti e la domanda interna è debole. Più del 60% della popolazione,
principalmente indigena, vive con due dollari o meno al giorno. Però otterranno
aiuti dagli Usa solo lasciando libero accesso alle ricche riserve minerarie
della Bolivia. Diversamente è poco probabile che gli investitori stranieri
ritornino nel paese. Ma le masse si oppongono ferocemente ai piani del settore
privato che prevedono l’eportazione di abbondanti riserve di gas naturale
verso gli Usa e il Messico. Il nuovo governo è schiacciato tra due forze
irrimediabilmente antagoniste.
Il nuovo governo è tra l’incudine e il martello. Le masse esigeranno un
miglioramento immediato delle proprie condizioni di vita, mentre il Fmi richiede
più liberalizzazione, per dirlo con altre parole, esigono che il nuovo governo
porti avanti la stessa politica di quello precedente. La popolazione boliviana
è cosciente del vero significato di questa “liberalizzazione”.
“Come i poveri dell’Honduras, Argentina, Perù, Ecuador, i boliviani hanno
compreso che sono loro a pagare la fattura delle privatizzazioni, che la
crescita promessa si è bloccata, che le esportazioni del paese valgono meno di
quando la Bolivia si apprestava ad entrare nella globalizzazione e che si è
approfondito l’abisso tra il loro miserabile livello di vita e quello di una
minuscola élite. Hanno compreso che la privatizzazione significa prezzi più
alti dei beni essenziali, che difficilmente possono lavorare, che i loro figli
restano senza istruzione e che vivono e muoiono nella povertà più assoluta.
Hanno appreso inoltre che quando protestano, il governo democraticamente eletto
gli spara contro, come accadeva nelle dittature”. (The Guardian, 21/10/2003).
Il problema della direzione
La rivoluzione boliviana sembra avere un carattere totalmente spontaneo. Ma
questo non corrisponde alla realtà. In primo luogo, non è caduta come un
fulmine a cielo sereno, ha le sue premesse nel periodo anteriore. In secondo
luogo, era diretta dai dirigenti naturali della classe operaia, i militanti con
più coscienza di classe della Cob.
In terzo luogo, questi militanti non sono caduti dalle nuvole, erano educati
sulle idee che circolavano nel movimento operaio e sindacale boliviano per
decenni, le idee del trotskismo.
In Russia prima del 1917, decine di migliaia di attivisti operai erano stati
formati per decenni dalla propaganda bolscevica. In Bolivia queste idee e
programmi del trotskismo sono familiari da molto tempo agli attivisti del
movimento operaio. Le Tesi di Pulacayo del 1946, adottate dalla federazione dei
minatori, non sono altra cosa che il Programma di Transizione di Trotskij
applicato alle condizioni concrete della Bolivia. Il punto fondamentale è la
necessità che hanno i lavoratori di prendere il potere in alleanza con i
contadini per poi incamminarsi verso il socialismo. Sono la base su cui il
movimento può avanzare ora verso il suo obiettivo naturale: l’obiettivo del
potere operaio.
L’aspetto più importante del movimento in Bolivia è il suo carattere
nettamente proletario. L’esperienza rivoluzionaria della classe operaia
boliviana, particolarmente dei minatori, è probabilmente la più grande di
qualsiasi altro paese dell’America Latina, non solo per la rivoluzione del
1952, ci furono opportunità rivoluzionarie anche nel 1971 e con
l’insurrezione del 1982-’85, e più recentemente, la vittoria
dell’insurrezione di Cochabamba nell’aprile del 2000 contro la
privatizzazione dell’acqua, le proteste contadine in tutto il paese nel
gennaio di quest’anno e anche il movimento insurrezionale di febbraio. Per
promuovere questo meraviglioso movimento della settimana scorsa che si è
sbarazzato del regime di Lozada, così facilmente come un uomo schiaccia una
mosca, i lavoratori si sono basati sull’esperienza e le tradizioni del passato.
La tradizione della classe operaia boliviana comprende la formazione di milizie
armate come nel ’52, quando quasi 100mila uomini erano organizzati in milizie
dirette dal sindacato. Anche in questa occasione c’è stato un appello da
parte dei dirigenti del Cob per formare comitati di autodifesa e i minatori sono
arrivati a La Paz con cartucce di dinamite.
L’apparato dello Stato è stato sull’orlo del collasso con un ambiente di
insubordinazione aperta tra i poliziotti, che già si erano ammutinati
nell’insurrezione di febbraio, molti soldati si sono rifiutati di sparare
sulla popolazione e abbassarono le loro armi (un sintomo di ammutinamento).
Nella città di El Alto si sono ritrovati i corpi di otto soldati giustiziati
dai loro ufficiali perché si erano rifiutati di sparare.
La magnifica classe operaia boliviana si è posta alla testa della nazione come
leader e portavoce dei contadini, degli indigeni e altri settori sfruttati e
oppressi della popolazione. Questo è il fatto più importante ed è
fondamentale per l’esito della rivoluzione boliviana!
I mezzi di comunicazione capitalisti di tutto il mondo hanno insistito sul fatto
che si trattava di un movimento indigeno. E fino a un certo punto era vero,
perché i differenti gruppi nazionali indigeni rappresentano l’80% della
popolazione e la maggior parte della classe operaia e dei contadini sono
indigeni. Per secoli gli indigeni hanno sofferto l’oppressione per mano
dell’oligarchia locale, formata principalmente da bianchi legati alla Spagna e
agli Usa. Ciò nonostante, l’oppressione nazionale e di classe è intimamente
unita e l’oppressione nazionale non si può risolvere in nessun modo se non
lottando per il socialismo. La storia del movimento rivoluzionario in Bolivia
dimostra come la nazione nel suo insieme si riunisce attorno alla bandiera della
classe operaia e delle sue organizzazioni. Quando i media capitalisti parlano di
un movimento indigeno tentano di nascondere il suo carattere profondamente
proletario.
La direzione della Cob ha mostrato un gran coraggio e determinazione nello
sciopero generale. Però c’è bisogno di un piano, una strategia e una
politica chiara. Era necessario avere una prospettiva di presa del potere.
Questo a quanto pare è quello che manca, e l’assenza di questo può far
naufragare la rivoluzione. Il segretario generale della Cob, Solares, ha
visitato il nuovo presidente. Apparentemente, ha adottato la posizione
dell’appoggio condizionale, che significa, l’appoggeremo nella misura in cui
lotterà contro la corruzione, creerà lavoro, darà salari decenti, ecc. Questo
è un errore. Il governo borghese di Mesa sarà corrotto come quello di Lozada.
Non può dare lavoro e salari decenti perché le sue mani sono legate al Fmi e
alla Banca Mondiale. Questo è il governo dell’oligarchia e rappresenta i suoi
interessi. Chiedere a questo governo di difendere gli interessi dei lavoratori e
dei contadini è come voler mungere latte da un toro.
Dicono che il nuovo presidente ha mostrato interesse per i punti illustrati da
Solares e che le porte del palazzo presidenziale sono aperte per i dirigenti
della Cob. Ma è come se “il ragno invitasse la mosca a entrare nella sua
casa”. Oggi il presidente mostra interesse (come può non essere interessato a
chi ha appena rovesciato il suo predecessore?) ma domani mostrerà i denti.
L’idea per cui tutto dipende dalla “buona volontà” è completamente
sbagliata. Quello che conta non è la buona o cattiva volontà degli individui,
ma gli interessi di classe. E gli interessi dei lavoratori e dei contadini
boliviani non sono compatibili con gli interessi dell’oligarchia e
dell’imperialismo. Quanto prima si comprenda questo tanto meglio sarà.
Il motivo della “razionalità” di Mesa non è difficile da comprendere. La
borghesia ha appena subito una sconfitta seria. Non può utilizzare la forza ed
è obbligata a una ritirata tattica, è obbligata ad assumere sembianze
conciliatorie, fare promesse, con la speranza di pacificare le masse, fino al
momento in cui arriva il momento di lanciare la controffensiva.
Nel corso di una rivoluzione la gente apprende rapidamente. A volte c’è il
tempo per apprednere dagli errori e correggerli. In realtà i dirigenti
sindacali hanno già fatto un’autocritica giungendo a conclusioni corrette:
“Dopo aver guidato una grande esplosione sociale, che ha avuto il tragico
esito di 70 morti e più di 500 feriti, i lavoratori del paese, nell’ultimo
Attivo Nazionale della Centrale Operaia Boliviana (Cob), sono giunti a una
conclusione fondamentale: gli operai, i contadini, le nazioni oppresse e la
classe media impoverita non hanno tolto il potere alla ‘classe dominante’
perché non hanno ancora un ‘partito rivoluzionario’”. (Econoticiasbolivia.com,
19/10/2003).
Questo è il punto principale! I lavoratori hanno risposto magnificamente alla
chiamata all’azione. Sono riusciti a rovesciare il presidente, ma poi gli è
scappato il potere tra le dita. Quante volte abbiamo visto questo? E ogni volta
tutto si è ridotto alla questione della direzione. Il problema è che, nella
misura in cui gli avvenimenti si susseguono così rapidamente in una rivoluzione,
non c’è tempo di apprendere a forza di errori. Per questo è necessario un
partito marxista rivoluzionario. Se il Por avesse mantenuto una vera posizione
trotskista, allora adesso sarebbe nella stessa posizione che giocò il Partito
bolscevico nel 1917. Ma la politica sbagliata del Por durante decenni lo ha
condannato all’impotenza. Le forze del nuovo partito rivoluzionario possono
giungere solo dalle file dei lavoratori, contadini, giovani che si sono
risvegliati alla lotta e che cercano una alternativa rivoluzionaria.
Sotto i dirigenti della Cob c’è un settore numeroso di cosiddetti leader
naturali della classe operaia. Sono dirigenti locali che si sono conquistati la
fiducia dei lavoratori e dei loro compagni per la loro onestà, coraggio e
militanza. Hanno giocato un ruolo cruciale nella rivoluzione. Sono vicini alle
masse e pertanto ne riflettono lo spirito rivoluzionario. Se fossero organizzati
in un partito rivoluzionario il futuro della rivoluzione sarebbe garantito.
Roberto de la Cruz, il dirigente del Sindacato dei Lavoratori di El Alto, è
alla sinistra di Solares. Ma i lavoratori e i contadini a loro volta sono più a
sinistra di qualsiasi dirigente. Istintivamente comprendono che il nuovo governo
è come il precedente anche se con una nuova facciata. Non si fidano della
borghesia. Chissà, forse non sanno esattamente cosa vogliono, ma sanno
perfettamente cosa non vogliono. Non vogliono la continuazione del governo dei
ricchi, fatto dai ricchi per i ricchi. Non vogliono che il loro paese sia
saccheggiato dall’imperialismo. Non vogliono povertà e disoccupazione.
I dirigenti della Cob hanno revocato lo sciopero generale. Per adesso,
temporaneamente, hanno fermato le ostilità. Ma l’esercito del proletariato
non deve ritirarsi. La guerra non è terminata. E’ solo cominciata! Per
garantire il raggiungimento delle richieste delle masse è necessario preparare
un altro sciopero generale, uno sciopero che metta all’ordine del giorno, non
il rovesciamento del presidentee, ma il rovesciamento della corrotta e
reazionaria oligarchia boliviana che sta fermando il cammino al progresso.
Al di sopra di tutto, bisogna diffidare dei cosiddetti settori
“progressisti” e “liberali” della borghesia boliviana. Senza dubbio
adesso questi settori sono al centro dell’attenzione, stanno tentando di
ingannare la popolazione con false promesse. Sono lo stivale sinistro
dell’oligarchia e dell’imperialismo, come Lozada era lo stivale destro.
I lavoratori e i contadini sono scettici verso la borghesia. E hanno ragione! I
contadini di La Paz hanno deciso di mantenere le loro proteste. E’ una tattica
corretta! Se non si è vinta una battaglia perché sciogliere l’esercito?
Dopo i drammatici eventi della settimana scorsa probabilmente siamo entrati in
una fase di calma nel movimento, i lavoratori devono analizzare la situazione e
pensare al prossimo passo. Gli elementi più coscienti e militanti giungeranno a
conclusioni rivoluzionarie. Altri necessiteranno di più tempo e esperienza per
arrivare alle stesse conclusioni. Ma alla fine i lavoratori dovranno riprendere
la via della lotta perché non esiste alternativa. L’importanza di una buona
direzione nella prossima battaglia sarà ancora più importante che in questa.
Pertanto è un compito urgente creare un partito e una direzione rivoluzionaria.
La rivoluzione russa
Oggi la situazione in Bolivia ricorda molto la situazione della Russia nel
febbraio del 1917. I lavoratori e i contadini rovesciarono l’antico regime e
crearono soviet (consigli di operai e soldati). Difatto, in febbraio, il potere
stava nelle mani della classe operaia russa. Avevano il potere ma non sapevano
di averlo.
Più tardi nella conferenza di aprile, Lenin attaccò duramente quei bolscevichi
che sostenevano che la classe operaia non poteva prendere il potere a causa
delle condizioni oggettive. “Perchè non possono prendere il potere? Il
compagno Steklov dice per questa o quella ragione. La verità è che i
lavoratori non hanno preso il potere perché non erano coscienti e non erano
sufficientemente organizzati!”
I lavoratori della Bolivia potevano e dovevano prendere il potere lo scorso
venerdì. Non averlo preso in quel momento creerà nuove complicazioni e
problemi in futuro. La borghesia avrà tempo per recuperare le proprie forze ed
erigerà nuovi ostacoli sul cammino dei lavoratori e dei contadini.
In Russia l’insuccesso dei lavoratori nell’ottenere la vittoria e prendere
il potere nelle proprie mani in febbraio condusse direttamente all’aborto del
dialismo di potere. La borghesia si riaggruppò attorno al Governo Provvisorio
“democratico” mentre i lavoratori e i contadini si riorganizzarono nei
soviet. Fu un periodo dove le due parti lottavano per ottenere una situazione
vantaggiosa, fino a quando finalmente, sotto la direzione del Partito bolscevico,
i soviet rovesciarono il governo provvisorio e presero il potere in ottobre (novembre
secondo il nuovo calendario).
Il fattore decisivo fu la direzione del Partito bolscevico con Lenin e Trotskij.
Questo è quello che manca in Bolivia. I dirigenti della Cob hanno giocato un
ruolo molto positivo. Hanno dimostrato una grande integrità personale e
coraggio nella direzione della lotta contro Lozada. Ma adesso si richiede
qualcosa di più che integrità e coraggio: manca una prospettiva chiara per
prendere il potere, oltre che un programma e una tattica adeguata per questa
prospettiva. Su questa base la vittoria della rivoluzione sarebbe assicurata.
La rivoluzione ha enormi riserve nella popolazione, tanto nelle città come
nelle campagne. Il proletariato boliviano ha una grande tradizione
rivoluzionaria, nelle sue azioni ha dimostrato che non ha dimenticato questa
tradizione. Inoltre, i quadri del movimento hanno assimilato alcuni degli
elementi più importanti del marxismo e del leninismo e cioè del trotskismo, a
partire dalle Tesi di Pulacayo. L’idea del potere operaio non è estranea per
loro. Bisogna costruire su questa base! Bisogna porre la questione chiaramente e
senza ambiguità: per cominciare a risolvere il problema della società il
potere deve passare alla classe operaia, alla Cob, alle juntas vecinales (organi
di contropotere che si sono formati nelle città. NdR) e agli altri organi del
potere operaio.
La necessità più urgente è stabilire le juntas ovunque, eleggere lavoratori e
contadini responsabili, unire le juntas a livello locale, regionale e nazionale,
mettere radici nelle fabbriche, miniere, officine, fattorie e quartieri. La Cob
deve convocare un congresso nazionale delle juntas per discutere la strada da
intraprendere. Le juntas di lavoratori e contadini dovrebbero farsi carico della
gestione delle zone che controllano, distribuire cibo, combustibile e altri
generi di prima necessità. Dovrebbero controllare i prezzi e farsi carico della
sicurezza, formare una milizia con questo obiettivo, armandosi contro il
pericolo della reazione e la minaccia di elementi criminali. La borghesia vuole
ordine. Diamole ordine: l’ordine rivoluzionario della classe operaia e dei
soviet!
La “opposizione” di Morales
I lavoratori e i contadini hanno mostrato un enorme valore e iniziativa. Che
cosa gli si può chiedere di più? Ma i dirigenti dell’opposizione
parlamentare non riflettono lo stesso coraggio delle masse. Evo Morales sta
aspettando che il potere gli cada nelle mani come un frutto maturo.
The Guardian sta già speculando sulla possibile alternativa a Mesa: “A solo
un punto percentuale da Sanchez de Lozada nelle ultime elezioni di quindici mesi
fa c’era Evo Morales, il dirigente del sindacato nazionale dei produttori di
coca. Dato l’ambiente esistente nel paese, probabilmente vincerebbe le
elezioni se si facessero domani, un risultato che farebbe precipitare le
relazioni con gli Usa”.
Proprio per questo Morales non ha fretta di arrivare al potere. Sa che una volta
che assumerà l’incarico, sarà sottoposto alle pressioni delle masse perché
avanzi misure decisive a loro favore. Per questo preferisce la relativa comodità
dei seggi dell’opposizione. Per questo sta chiedendo alla popolazione che dia
tempo a Mesa. Per questo ha abbracciato la richiesta dell’Assemblea
Costituente, che qualche ingenuo considera erroneamente una domanda “rivoluzionaria”.
In realtà, non è affatto rivoluzionaria, semplicemente rappresenta un
tentativo di tergiversare, evitando di porre la questione del potere.
Esiste ovviamente una divisione del lavoro anche tra i politici borghesi. Lozada
è in esilio a Miami, mentre Mesa forma un governo “tecnico” senza i partiti
politici. Ma si tratta di un governo troppo debole per disciplinare e
controllare le masse. E’ necessaria un’alternativa.
Tutti sanno che il nuovo governo non durerà molto, così Morales aspetta il suo
turno. Per rassicurare l’oligarchia e l’imperialismo che non hanno nulla da
temere da lui, fa appello alle masse perché lascino la piazza, perché
rinuncino alle proprie azioni e lascino le cose nelle mani della “gente che ne
sa di più”.
La richiesta dell’assemblea costituente
Il vecchio potere statale, dissotterrato, scosso e rifatto a nuovo con
un’azione di maquillage detiene ancora il controllo della situazione. La
rivoluzione può avere successo solo abbattendolo e sostituendolo con un nuovo
potere proletario. Dopo la caduta di Lozada seguirà, in un futuro non troppo
lontano, la caduta di Mesa. La borghesia sta già cercando un candidato
alternativo, che non venga da destra bensì da sinistra. La classe dominante,
per trattare con le masse, ha solo due possibilità: la violenza o l’inganno.
Ma la violenza ha già mostrato di essere un’arma inadeguata per fermare un
movimento di tali dimensioni. L’uso dell’esercito, invece di intimidire la
popolazione, ha avuto l’effetto contrario, ha provocato nelle masse ancora più
determinazione e energia.
Pertanto si prepara l’altro scenario, quello dell’inganno. Ma per ingannare
la popolazione devono fare in modo che questa abbandoni le piazze, le miniere e
le fabbriche e lasci l’iniziativa nelle mani dei politici professionisti, è
necessario offrirgli qualcosa in cui credere. I vecchi e screditati politici
borghesi non servono a questo scopo. Ci vogliono facce nuove, serve un nuovo
piano. Per assicurare che le masse non abbiano nelle proprie mani il potere
reale, bisogna offrirgli qualcosa che assomigli al potere senza esserlo.
Cosciente della propria debolezza, la borghesia tenterà di basarsi sui
dirigenti della classe operaia per riprendere il controllo della situazione e
pacificare la classe lavoratrice. Mesa non è il più stupido dei politici
borghesi, ha assistito a riunioni di contadini assieme ai loro dirigenti e alla
Cob. Questo fatto di per sé è un riconoscimento tacito del vero rapporto di
forza tra le classi. I lavoratori devono trarre le conclusioni e prendere il
potere. Data la situazione attuale, esiste la possibilità di prendere
pacificamente il potere, o quanto meno con il minimo di violenza. Ma le
vacillazioni servono solo a dare tempo alla reazione perché possa
riorganizzarsi, rendendo inevitabile un futuro spargimento di sangue.
In questo contesto, la richiesta della “assemblea costituente”, difesa da
alcuni gruppi di sinistra, sta giocando un ruolo negativo e controrivoluzionario.
La borghesia rappresentata dalla sua ala più “liberale” e “democratica”
cercherà di sviare l’attenzione delle masse verso una discussione su artifizi
costituzionali, piuttosto che sulle questioni realmente importanti come lavoro,
pane e terra, questioni che verranno rinviate a un futuro imprecisato.
Invece di concentrarsi sull’aspetto centrale del potere, svieranno
l’attenzione dei lavoratori e dei contadini su trucchi legali e demagogici. Le
risorse della rivoluzione si dissiperanno in maniera infruttuosa. Non è strano
che i partiti borghesi abbiano appoggiato entusiasticamente questa richiesta! Si
tratta di un gigantesco imbroglio. Che oltretutto è anche pericoloso. Dietro la
facciata della “assemblea costituente” si mobiliteranno le forze della
reazione. Dietro lo specchietto per le allodole, gli imperialisti Usa
continueranno a intrigare come fanno abitualmente.
E’ necessario educare le masse a credere in sé stesse, nel proprio potere di
autoorganizzazione. Si deve insistere sul fatto che il parlamento è solo una
copertura senza potere reale. L’unico potere che esiste è da un lato quello
dei banchieri, latifondisti e capitalisti (il vecchio potere reazionario che
deve essere rovesciato) e dall’altro, il potere delle masse lavoratrici.
La lotta per il potere in ultima istanza si deciderà fuori dal parlamento. Gli
antagonismi nella società boliviana sono troppo profondi, le contraddizioni
troppo grandi per essere risolte dall’aritmetica parlamentare. Se perdiamo
l’iniziativa, se permettiamo che le nostre forze vacillino, se ci smobilitiamo,
le forze della reazione si riaggrupperanno dietro la facciata della
“democrazia parlamentare” aspettando il momento giusto per colpire e
schiacciare i lavoratori e i contadini.
La cosa peggiore che si possa fare in una rivoluzione è perdere tempo. Nel
corso della storia molte rivoluzioni si sono perse a causa dei dibattiti e di
discorsi interminabili, alla ricerca di fantasmi e ombre piuttosto che cercare
l’essenza stessa del potere. Marx ha lasciato chiaro questo nel 1848-49 e
Lenin ha ripetuto frequentemente questo avvertimento nel 1917.
Non ripeteremo qui gli argomenti che già sono stati spiegati rispetto alla
rivendicazione dell’assemblea costituente in Argentina. Basti dire che questa
rivendicazione è stata presa in prestito dalla storia della rivoluzione russa
senza comprenderne minimamente il vero contenuto. L’assembela costituente non
è una richiesta socialista ma piuttosto democratica-borghese che è utile nella
lotta contro un regime autocratico o dittatoriale (come lo zarismo russo). Ma in
Bolivia (o in Argentina) c’è un regime parlamentare borghese di cui le masse
hanno già una grande esperienza. Pertanto la rivendicazione non ha alcuna
rilevanza nella Bolivia di oggi.
Coloro che difendono l’assemblea costituente nella situazione attuale in
Bolivia hanno abbandonato il punto di vista proletario e adottano il volgare
cretinismo parlamentare piccolo-borghese.
Il cretinismo parlamentare è una malattia mortale della rivoluzione, giocare
con il parlamentarismo e le costituzioni, questo è quanto i sostenitori
dell’assemblea costituente stanno invitando a fare ai lavoratori boliviani.
Questa non è una politica seria, ma una deviazione vergognosa, un intento
frivolo di eludere la questione centrale: non si lotta per una nuova forma di
democrazia borghese, si lotta per il potere operaio!
La prima condizione è l’assoluta indipendenza delle organizzazioni operaie
dalla borghesia. Nessun patto, alleanza, coalizione o convergenza con la
cosiddetta ala progressista della borghesia boliviana.
In Bolivia già esistono elementi di potere operaio: nei sindacati, nelle juntas
vecinales, nei cabildos e altri organismi di lotta. E’ necessario estendere e
sviluppare questi organismi e unirli. Solo in questo modo si può creare
un’alternativa di potere che guidi la nazione.
Internazionalismo: l’unica via
Ci sono rapporti che dicono che i dirigenti locali stanno formando delle
frazioni armate per sfidare il governo e le sue forze armate, esprimendo la
lamentela dei poveri in un ”messaggio fortemente nazionalista e
antistraniero” (The Guardian). Il nazionalismo del lavoratore e del contadino
boliviano è in realtà un sentimento antiimperialista, il guscio esterno di un
bolscevismo immaturo. Ciò nonostante, l’aspirazione delle masse di abolire il
dominio straniero guadagnando il controllo del proprio destino si può ottenere
solo espropriando l’oligarchia. Ma una misura del genere condurrebbe
immediatamente la Bolivia in un conflitto con l’imperialismo Usa, che
tenterebbe di utilizzare gli stati confinanti per intervenire. Il destino della
rivoluzione boliviana sarà determinato dalla capacità di appellarsi, chiedendo
l’aiuto dei lavoratori e dei contadini del Venezuela, Brasile, Perù,
Colombia, Argentina, Ecuador e Cile.
La rivoluzione può, probabilmente sarà così, iniziare in Bolivia, ma se resta
isolata in un piccolo paese dell’America Latina, a lungo termine non ha
futuro. La vittoria della rivoluzione boliviana deve essere il primo passo verso
la rivoluzione andina e latinamericana, le condizioni sono completamente mature.
La rivoluzione boliviana trionferà sotto la bandiera dell’internazionalismo
proletario, diversamente non trionferà in nessun modo.
L’Economist ha dovuto ammettere che: “La lotta continua lungo tutta la
regione andina e sarà difficile per i dirigenti far accettare il messaggio che
con qualche sacrificio si avranno poi benefici in futuro”. E aggiunge: “Ma
le cose possono andare peggio, specialmente se la scalata della violenza conduce
a una rottura democratica in Bolivia o Venezuela. Come avvertiva Sanchez de
Lozada nella sua lettera di dimissioni: i pericoli che minacciano il paese
restano intatti”.
Il principale “pericolo” a cui pensano Lozada e la sua classe è il pericolo
della classe operaia. Ovunque il programma della borghesia è sempre lo stesso:
un programma di tagli e attacchi selvaggi alle condizioni di vita. Considerando
i terribili livelli di povertà in Bolivia e negli altri paesi andini, le masse
non accetteranno questo senza lottare. Questo è il significato dei recenti
sviluppi in Bolivia. La rivoluzione boliviana, assieme al Venezuela, è la
chiave della rivoluzione andina, nel senso che ora esistono le condizioni più
favorevoli per la presa del potere da patrte della classe operaia.
Ciononostante, considerando le condizioni esplosive che esistono in Perù e
altri paesi, la rivoluzione può incominciare in qualsiasi altro paese nel
futuro più immediato.
La rivoluzione boliviana può cominciare prima che in altri paesi. Ma può
consolidarsi solo se va oltre gli stretti limiti dello stato nazionale e si
estende ai paesi vicini. Questa prospettiva non è utopica. E’ assolutamente
possibile, specialmente se la rivoluzione è guidata da una direzione audace e
lungimirante.
Nei paesi confinanti le condizioni sono anche mature. Le contraddizioni del
movimento di Chàvez in Venezuela hanno aperto la strada alla messa in
discussione da parte dei lavoratori della proprietà privata e nei fatti quello
che si sta esigendo è la gestione operaia dell’impresa petrolifera
nazionalizzata. In Perù ci sono stati movimenti di massa contro il governo
Toledo che in certi casi hanno assunto un carattere insurrezionale. Il
presidente dell’Ecuador, Lucio Gutierrez, si sta scontrando con scioperi e
proteste, dopo aver perso il sostegno del gruppo indigeno che lo aiutò ad
arrivare al potere. La settimana scorsa è stato dichiarato lo stato
d’emergenza quando i produttori di banane (l’Ecuador è il principale
esportatore di banane nel mondo) hanno bloccato le strade e i porti, esigendo
prezzi più alti e più sussidi dallo stato. Lo sciopero è stato sospeso il
sabato dopo che il governo ha accettato le loro rivendicazioni. In un paese
dietro l’altro ci sono stati scioperi generali, movimenti di massa di
lavoratori e contadini contro i tagli e le privatizzazioni: in Argentina,
Colombia, Honduras, Paraguay, Cile, Panamà, Uruguay, ecc.
La tremenda povertà delle masse è la principale forza motrice del fermento
rivoluzionario che sta attraversando tutta la regione. Questa è la ragione
fondamentale dell’attuale ondata di lotta politica e sociale. Questo non si può
eliminare fin quando l’economia resterà nelle mani di oligarchi parassitari
totalmente subordinati all’imperialismo Usa.
I cinque membri del blocco commerciale della Comunità Andina sono in profonda
crisi. L’economia venezuelana è in una crisi profonda con una diffusione
della povertà assoluta, nonostante le enormi riserve petrolifere possedute
(anche se gran parte del crollo economico si deve alla serrata padronale di
dicembre-gennaio e al sabotaggio economico della classe dominante). Il reddito
procapite è caduto dello 0,3% in Bolivia e in Ecuador, mentre in Colombia c’è
una modesta crescita dello 0,8% però dopo due anni di declino economico. Il Perù
potrebbe essere uno dei pochi punti luminosi della zona, con una crescita del
reddito procapite del 2%.
Il precedente presidente voleva stimolare la crescita economica esportando il
gas boliviano attraverso un nuovo gasdotto, costruito dalle imprese britanniche
e spagnole verso un porto cileno del nord, probabilmente Patillos. Ma la
popolazione della Bolivia si è resa conto che la maggioranza dei profitti
sarebbero finiti nelle tasche del capitale straniero. Questo è servito da
catalizzatore per l’insurrezione stimolando l’avanzamento di altre
rivendicazioni tra cui il tradimento della promessa elettorale di creare nuovo
lavoro.
La borghesia cilena nel secolo XIX è stata impegnata in una guerra sulla costa
del nord con la Bolivia. Questo è uno dei problemi tipici creati in America
Latina come effetto della balcanizzazione successiva all’indipendenza
dall’impero spagnolo.
Ogno governo della regione, eccetto il Venezuela, ha tentato di applicare misure
di austerità e attacchi alle condizioni di vita delle masse. L’argomento
della borghesia è che queste misure porteranno crescita e lavoro “a lungo
termine”, ma come disse Keynes, a lungo termine saremo tutti morti. Queste
misure neoliberali inspirate dagli Usa servono solo ad accrescere le sofferenze
della popolazione nella zona, senza risolvere nessuno dei problemi fondamentali.
Questo è il punto fondamentale della protesta di massa.
In Ecuador i lavoratori sono stati protagonisti di scioperi contro i piani di
Gutierrez di privatizzare imprese abolendo il monopolio statale sull’azienda
petrolifera. In Colombia i piani di austerità stanno provocando una reazione.
Il presidente Alvaro Uribe sta cercando l’appoggio popolare con un referendum
(si celebrerà il 25 ottobre) sul “pacchetto di riforme” che include la
riduzione delle pensioni pubbliche e il congelamento del salario ai funzionari.
Ovunque vediamo che la rivoluzione è all’ordine del giorno. Tutta la regione
andina è come un pagliaio. Una scintilla può provocare un incendio. Tutto
quello di cui c’è bisogno è un esempio valido da seguire. Se i lavoratori
della Bolivia o del Venezuela prenderanno il potere, tutta la situazione ne sarà
trasformata completamente. Ci vuole un punto di inizio!
Lunga vita alla rivoluzione boliviana!
22 ottobre 2003
Nessuna fiducia nella borghesia e nei suoi partiti!
Per un governo dei lavoratori e dei contadini!
Per una Bolivia socialista negli Stati Uniti Socialisti dell’America Latina!