Un punto di svolta cruciale per la rivoluzione
La campagna per le elezioni presidenziali in Venezuela del 3 dicembre è
in pieno svolgimento. Ma queste elezioni non sono per nulla “normali”.
Quel che veramente è in gioco il 3 dicembre è il futuro della
rivoluzione bolivariana.
L’elezione a presidente di Hugo Chavez nel dicembre 1998 ha segnato
l’inizio della rivoluzione Venezuelana. Neanche quella campagna
elettorale fu normale. Condotta sotto un clima di estrema
polarizzazione sociale e con tutto il potere dei mass-media scatenato
contro Chavez, malgrado ciò egli riuscì ad ottenere una netta vittoria.
Questo ha dimostrato che non stavamo soltanto assistendo all’elezione
di un governo progressista, ma agli inizi di un movimento
rivoluzionario in cui milioni di lavoratori hanno cominciato a prendere
il futuro nelle proprie mani.
All’inizio, l’atteggiamento della classe dominante
venezuelana nei confronti di Chavez fu ambiguo. Chiaramente non era il
loro candidato, ma da quando fu eletto a presidente, ci fu chi pensò
che poteva essere messo sotto forte pressione, per moderare il suo
programma, e fondamentalmente che poteva essere usato per fornire una
faccia nuova e pulita alla screditata democrazia borghese Venezuelana,
ma senza danneggiarne il potere, le ricchezze, e i privilegi.
Queste speranze svanirono quando nel dicembre 1991
il presidente Chavez emanò le 49 leggi abilitanti, con l’intento di
mettere in pratica la parte più importante del suo programma: il
mantenimento del carattere statale dell’industria petrolifera e
l’applicazione della riforma agraria. A prima vista, queste riforme
erano solo moderatamente progressiste. L’industria petrolifera era già
stata nazionalizzata nel 1976 e la riforma agraria proposta distribuiva
principalmente le terre demaniali ed espropriava con indennizzo le
proprietà terriere incolte. Ma la marcia e parassitaria borghesia
venezuelana, le 100 famiglie che controllano le ricchezze del paese da
duecento anni e governavano lo stato e la compagnia pubblica
petrolifera come feudi privati, non potevano tollerare nulla di questo.
Non era solo una semplice questione di opposizione alle 49 leggi
abilitanti, ma la paura di un movimento rivoluzionario che si era
sviluppato dal basso, di un processo di presa di coscienza delle masse
iniziato da Chavez, dell’organizzazione di milioni di operai, contadini
e poveri delle città in organizzazioni rivoluzionarie di base di ogni
tipo.
Coloro che erano sempre stati esclusi dalle
decisioni politiche ora pensavano di poter governare il paese, qualcosa
che non poteva essere assolutamente permesso. Questo spiega
l’opposizione fondamentale e irriconciliabile dell’oligarchia (la
piccola cricca di capitalisti proprietari delle banche, della terra e
dell’industria, in alleanza col capitale multinazionale) alla
rivoluzione bolivariana. Non importa quante volte Chavez abbia provato
a cercare un confronto, e di pacificare la situazione. Finchè Chavez
rimane un fattore di sprone al movimento rivoluzionario delle masse,
non cesseranno i loro tentativi di rovesciarlo e di porre la parola
fine alla rivoluzione bolivariana con ogni mezzo necessario.
Questo è stato chiaramente dimostrato col colpo di
stato dell’Aprile 2002, con la serrata e il sabotaggio dell’economia
nel Dicembre 2002-Febbraio 2003 (che fu accompagnato da un nuovo
tentativo di colpo di stato) e gli scontri e le provocazioni (la
“guarimba” secondo i venezuelani) del Febbraio 2004 (in cui
l’opposizione portò 130 paramilitari colombiani nel paese). Ma tutti
questi tentativi di un rovesciamento violento del governo sono falliti
perché si sono scontrati con un movimento di massa che li ha sconfitti.
Nel caso del sabotaggio petrolifero nel 2002, i lavoratori petroliferi
(con l’appoggio delle comunità locali e di settori delle Forze Armate)
hanno preso il controllo degli impianti e li hanno fatti funzionare
sotto il controllo operaio, in quel che nel mondo rappresenta il più
avanzato esempio di controllo operaio degli ultimi tempi.
L’oligarchia e le elezioni
La controrivoluzione è regolata dalle medesime leggi
della rivoluzione. Essendo stata duramente sconfitta in varie
occasioni, l’opposizione (l’oligarchia) è demoralizzata, divisa al suo
interno e ha perso la capacità che aveva di mobilitare centinaia di
migliaia di persone tra i ceti medi dell’Est di Caracas. Le sconfitte
dei tentativi di golpe hanno portato all’epurazione della parte più
reazionaria delle Forze Armate. Allo stesso tempo questi avvenimenti
hanno rafforzato la fiducia delle masse nelle loro forze e la loro
risolutezza nel difendere la rivoluzione. Questo ha lasciato
l’oligarchia, nel breve periodo, senza la possibilità di portare avanti
un nuovo tentativo golpista.
Ma sarebbe un errore pericoloso pensare che si siano
convinti ad agire soltanto entro i limiti della democrazia
parlamentare. Il loro scopo è sbarazzarsi di Chavez e spezzare il
movimento e lo spirito rivoluzionario delle masse. Sanno molto bene
che, per adesso, non possono ottenere questo in una competizione
elettorale onesta. In questo campo sono già stati duramente battuti,
nel referendum revocatorio dell’agosto 2004, nelle elezioni per i
governatori degli stati nell’ottobre dello stesso anno (dove hanno
vinto soltanto in 2 dei 23 stati del paese) e poi nelle amministrative
del 2005 (dove hanno conquistato soltanto il 25% delle amministrazioni
comunali).
Anche se potrebbero essere costretti a partecipare
alla competizione elettorale, per mancanza di un piano migliore, questa
è soltanto una mossa tattica. Al tempo del referendum revocatorio
nell’Agosto 2004, sapevano che non potevano vincere e il loro piano fu
di annunciare la vittoria, con l’appoggio dei media e degli osservatori
internazionali, e creare così una situazione di caos che potesse
“giustificare” un intervento internazionale (sotto la foglia di fico
dell’Organizzazione degli Stati Americani). All’ultimo minuto, davanti
alle dimensioni della vittoria di Chavez e impauriti dalle implicazioni
di un movimento di massa contro ogni tentativo di truccare il risultato
del referendum, il settore più intelligente dell’imperialismo ha
abbandonato questo piano, lasciando gridare alla “frode” l’opposizione
Venezuelana per qualche mese.
Alle elezioni per l’Assemblea Nazionale del 2005, la
tattica usata fu differente. L’opposizione partecipò alla campagna
elettorale mentre stava organizzando una campagna sistematica per
minarne la credibilità (attaccando il sistema di voto,il registro
elettorale, il Consiglio Elettorale Nazionale, etc.), in modo da
giustificare una ritirata all’ultimo minuto (anche se molte delle loro
richieste riguardo ai metodi di voto, al conteggio e altro, erano state
accolte). L’idea era di delegittimare l’Assemblea Nazionale. Questo fu
un chiaro segnale che la classe capitalista venezuelana non è
interessata alla democrazia parlamentare, quando questa non fornisce i
risultati desiderati.
Questa volta l’opposizione sembra stia usando una
combinazione di entrambe le tattiche. Prima di tutto sono riusciti a
scegliere un candidato unitario (un vero successo!), Manuel Rosales,
l’attuale governatore dell’opposizione del ricco stato petrolifero di
Zulia, al confine con la Colombia. Rosales rappresenta una tipologia
del politico d’opposizione molto più astuta. Anziché opporsi
frontalmente agli programmi sociali estremamente popolari del governo
Chavez (le Misiones), ha introdotto delle “brutte copie” di questi
nello stato di Zulia sotto nomi diversi (e senza l’elemento
rivoluzionario di autorganizzazione delle masse che molte delle
missioni hanno). Ha dichiarato nella sua campagna elettorale che se
verrà eletto, manterrà le Misiones. Nei fatti, sta facendo molte
promesse assistenzialiste che fanno di lui il vero candidato populista
di queste elezioni!
L’opposizione continua ancora a fare molto chiasso
sulle irregolarità nel registro elettorale, sull’inaffidabilità delle
macchinette elettroniche per il voto, etc. etc. Ma Rosales ha promesso
di restare in corsa fino alla fine e di non ritirarsi. La loro
strategia questa volta somiglia molto a quella usata durante il
referendum revocatorio. Attraverso il loro controllo dei mass-media
privati stanno sviluppando l’idea che il vantaggio di Chavez si stia
riducendo e che il margine tra lui e Rosales si stia colmando. Come
abbiamo già visto, quanto più si avvicina il giorno delle elezioni,
possono pubblicare facilmente sondaggi di “intenzioni di voto” che
mostrino come sia un vero testa-a-testa, che entrambi i candidati
riceveranno più o meno gli stessi voti…e quando allora i risultati
indicheranno la vittoria di Chavez con un ampio margine. Allora
potrebbero organizzare una campagna dicendo che c’è stata una frode,
appellandosi all’intervento delle Forze Armate e della “comunità
internazionale”, etc.
Mentre l’opposizione è relativamente debole, uno dei
principali pericoli per la rivoluzione bolivariana proviene
dall’interno. C’è tutto uno strato di funzionari nell’apparato statale
e nel movimento bolivariano che stanno impedendo alla rivoluzione di
andare avanti e di essere portata avanti.
Chavez stesso ne è molto consapevole, e in una
recente intervista ha messo in guardia su come questo ora sia la
principale minaccia che fronteggia la rivoluzione.
La minaccia interna
“La maggiore minaccia viene dall’interno. C’è una
controrivoluzione burocratica costante. Rappresenta un nemico
quotidiano, devo camminare in giro con una frusta, perché vengo
attaccato da tutti lati da questo nemico, da una vecchia e una nuova
burocrazia che resiste ai cambiamenti, così devo stare costantemente in
guardia quando impartisco un ordine, e devo seguirne il suo iter
affinchè non sia bloccato, o distorto, o minimizzato da questa
controrivoluzione burocratica che è presente nello stato. Questo sarà
uno degli elementi della nuova fase in cui stiamo entrando: la
trasformazione dello stato.”
“Lo stato è stato trasformato ai livelli alti, ma
rimane intatto alla base. Abbiamo la necessità di pensare fin da ora a
un nuovo pacchetto di leggi, per trasformare i livelli alti del potere
politico e giudiziario fino ai livelli più bassi dello stato per poter
sconfiggere questa resistenza.”
“Una minaccia gemella a quella della
controrivoluzione burocratica è la controrivoluzione della corruzione,
perché può colpire dove meno te lo aspetti” (tratto da Panorama
Digital, riportato su Aporrea)
Ciò solleva due problemi diversi che sono collegati fra loro. Da un
lato l’apparato dello stato Venezuelano è ancora lo stesso apparato
statale capitalistico della IV Repubblica. Tutto un settore di
attivisti che proviene dal movimento rivoluzionario adesso occupa
posizioni nei ministeri e nelle varie istituzioni, ma le strutture
basilari e la maggioranza del personale sono ancora le stesse. Ciò
significa che c’è un sabotaggio costante delle decisioni prese dal
governo o dai diversi ministeri. Quando le organizzazioni di base
devono trattare con le istituzioni statali si trovano bloccate a tutti
i livelli da funzionari che sono stati in quelle posizioni per 10, 15,
20 anni, chiaramente al servizio degli interessi della classe
dominante.
Una delle principali lezioni tratte da Marx ed
Engels dall’esperienza della Comune di Parigi è che “La classe operaia
non può mettere semplicemente le mani sulla macchina dello Stato bella
e pronta, e metterla in movimento per i propri fini.” (La Guerra Civile
in Francia) L’esperienza della rivoluzione bolivariana negli ultimi
anni è una conferma inconfutabile di quest’idea e la conseguenza è che
si è sviluppato uno scontento crescente nelle fila del movimento
rivoluzionario di fronte a questo stato di cose.
La strada scelta da Chavez finora è stata quella di
provare ad aggirare, fino a un certo punto, le istituzioni esistenti
creandone altre. Per esempio i piani sociali per l’istruzione, la
sanità e altro (le Misiones), attualmente non sono realizzati
attraverso i Ministeri della Sanità e dell’Istruzione, ma direttamente
a livello delle comunità. Il problema è che, mancando una struttura
adeguata di controllo e di vigilanza da parte dei lavoratori e delle
comunità stesse, la burocrazia si è riprodotta in molte di queste nuove
istituzioni. Il problema quindi non riguarda soltanto la vecchia
burocrazia della IV Repubblica, ma anche questa nuova burocrazia di cui
parla Chavez, che si maschera da “bolivariana”, ma che sta giocando in
realtà un ruolo controrivoluzionario.
L’ultimo tentativo di affrontare questo problema è
la creazione dei Consejos Comunales. Questi organismi sono basati su
assemblee di massa di 200 - 400 famiglie nelle aree urbane e hanno il
potere di eleggere e revocare i portavoce della comunità. I Consejos
Comunales (adesso ce ne sono migliaia in tutto il paese) sono anche
tenuti a ricevere finanziamenti direttamente dallo stato per occuparsi
dei problemi sui territori in cui sono presenti. Questi,
potenzialmente, potrebbero essere le basi per una nuova forma di stato,
uno stato fermamente sotto il controllo dei lavoratori. Il problema
sorge quando questi Consejos Comunales coesistono con il presente
apparato statale, non fanno parte di una estesa struttura nazionale
centralizzata (e quindi il loro potere reale è limitato) e con il fatto
che il Venezuela ha ancora un’economia capitalista (così i Consejos non
possono realmente pianificare o dirigere l’economia nelle loro aree).
Finchè l’apparato statale non sarà distrutto e sostituito da una nuova
forma statale, basata sui delegati eleggibili e revocabili delle
fabbriche, dei posti di lavoro, delle comunità, etc., il problema della
burocrazia si ripresenterà sempre.
Riformisti e burocrati
L’altra parte del problema è rappresentata dai
settori riformisti e burocratici del movimento bolivariano. Quelli che
accettano con riluttanza gli attacchi di Chavez al capitalismo e i suoi
appelli al socialismo, ma che in realtà sono fondamentalmente
socialdemocratici, che pensano che la rivoluzione è già andata avanti
abbastanza, e che soprattutto si debba rispettare la proprietà privata
dei mezzi di produzione.
La divisione tra destra e sinistra si sta acuendo a
tutti i livelli del movimento bolivariano. Tutta una serie di episodi
recenti sono indicativi. Alla fine di Agosto abbiamo visto una polemica
tra il sindaco di Caracas Juan Barreto e il vicepresidente Josè Vicente
Rangel sull’esproprio di due campi da golf nell’Est di Caracas. Questo
è stato significativo perché per la prima volta è avvenuta un’aperta
spaccatura su questioni politiche nella leadership bolivariana. E le
linee di demarcazione erano chiare: Rangel sosteneva che “in nessun
caso possiamo accettare la violazione del diritto di proprietà, così
come sancito nella Costituzione”, mentre Barreto replicava che se
“restiamo in silenzio” in modo da non “spaventare una parte del ceto
medio” questo “demoralizzerà la nostra gente”.
Le masse bolivariane stanno chiaramente cominciando
a essere impazienti perché vedono che dopo 7 anni dall’inizio del
processo rivoluzionario, la maggioranza della popolazione vive ancora
in povertà e il progresso della rivoluzione è costantemente ostacolato
dai burocrati, dai riformisti e dalla quinta colonna all’interno della
rivoluzione. Uno dei posti dove la rabbia della base della rivoluzione
ha assunto un’espressione organizzata è lo stato andino di Merida, con
la formazione del Frente de Fuerzas Socialistas. L’8 ottobre, questa
coalizione di organizzazioni rivoluzionarie di base, partecipanti alle
Misiones educative, organizzazioni di sinistra, sindacati, comitati per
la riforma agraria, hanno convocato una manifestazione sotto le parole
d’ordine di : “Chavismo con Chavez”, “con Chavez verso il socialismo” e
“con Chavez, senza burocrati.” Senza il sostegno di nessuno dei partiti
chavisti ufficiali o delle istituzioni statali, il corteo ha chiamato a
raccolta una marea rossa di più di 12.000 persone. La burocrazia
“bolivariana” ha risposto come al solito con accuse del tipo che gli
organizzatori erano sostenitori dell’opposizione, che erano contro
Chavez, etc. però i rappresentanti del FFS hanno messo in evidenza
come fosse soltanto un mucchio di bugie e che nei fatti Arnaldo
Marquez, il rappresentante del Comando Miranda da cui provenivano
queste accuse, era stato egli stesso un membro del partito
d’opposizione Accion Democratica.
Briceno, portavoce del Frente, ha espresso “il
nostro fermo sostegno al nostro presidente Hugo Chavez” ma ha aggiunto
che “noi non ne possiamo più di falsi leader che hanno occupato posti
di comando e hanno dimenticato le loro responsabilità verso il popolo,
mentre hanno incarichi redditizi che permettono loro di comprare
automobili costose.”
Merida è uno dei pochi posti dove l’opposizione
rivoluzionaria di base alla burocrazia nel movimento Bolivariano ha
raggiunto una tale espressione organizzata, ma l’atteggiamento delle
masse è simile dovunque.
Il problema della burocrazia e dell’assenza di
democrazia non esiste soltanto nell’apparato statale ma anche, e
probabilmente in modo più pericoloso, nelle strutture stesse del
movimento rivoluzionario. I principali partiti del governo (MVR, PPT,
PODEMOS) sono totalmente screditati dalla base come strumenti
attraverso cui potersi esprimere. Ciò è peggiorato dalle modalità in
cui sono stati selezionati i candidati del movimento bolivariano negli
ultimi anni per le varie competizioni elettorali. Fondamentalmente
erano nominati dall’alto senza alcuna consultazione con la base e le
sue organizzazioni. Le masse bolivariane hanno ancora continuato a
votare per loro, ma solo perché erano i “candidati di Chavez.”
Per affrontare questo problema Chavez ha cominciato
adesso a parlare della necessità di un partito unico rivoluzionario.
Quest’idea ha incontrato ampio appoggio nella base, che la vede come
una possibilità di disfarsi delle strutture burocratiche degli attuali
partiti. Ma il problema principale che rimane è: quale sarà la futura
struttura di questo partito? Se è una ripetizione delle differenti
forme organizzative che sono state usate finora (la maggior parte delle
quali verticistiche, senza alcun controllo), sarà un nuovo fallimento.
Soltanto un’organizzazione basata su principi genuinamente democratici
(eleggibilità e revocabilità di tutti i rappresentanti da parte della
base) può rispondere alle necessità del movimento rivoluzionario
venezuelano.
La lotta per il controllo operaio e l’economia socialista
La burocrazia è si è inoltre impegnata ad annacquare
e sabotare le esperienze di controllo operaio che si sono sviluppate in
Venezuela dall’espropriazione della Venepal nel Gennaio 2005.
Un vasto assortimento di forze si è riunito per
impedire che queste esperienze possano andare più in là. Da un lato c’è
chi ha argomentato, in pubblico e in privato, che non debba esserci né
controllo né partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese
statali nei settori strategici (particolarmente quelli energetico e
petrolifero). I lavoratori di entrambi i settori hanno risposto dicendo
che proprio trattandosi di interessi strategici è precisamente una
delle ragioni sul perché debbano essere sotto il controllo operaio e
delle comunità (cioè sotto il controllo diretto del popolo venezuelano)
e che il sabotaggio della PDVSA del dicembre 2002 dimostra che non si
può far affidamento su dirigenti e direttori né eletti né controllabili
nel difendere gli interessi nazionali, figurarsi poi gli interessi
della rivoluzione. Questo ostacolo deliberato al controllo operaio (o
come è chiamato in Venezuela, “cogestion”) ha già distrutto
l’esperienza di partecipazione operaia alla compagnia elettrica Cadafe,
lasciando dietro di sé una scia di demoralizzazione e di cinismo tra i
dirigenti sindacali di fabbrica.
C’è chi sostiene, incredibilmente, che i lavoratori
venezuelani non hanno il livello politico, di coscienza e culturale per
applicare il controllo operaio, e che questa è una discussione
destinata ad un futuro molto lontano. Questa idea ad esempio è stata
difesa da Jacobo Torres, del Frente de Trabajadores Bolivarianos (una
delle tendenze all’interno dell’UNT), durante un’assemblea organizzata
dal TUC britannico a Brighton. Ha aggiunto che “indipendentemente da
ciò che qualcuno sta dicendo, non c’è controllo operaio in Venezuela”e
“meno che mai nelle industrie fondamentali in Guayana”. Questo
semplicemente si scontra con la realtà di fatto. Nell’acciaieria
statale Alcasa, in Guayana, gli operai hanno eletto diversi dirigenti
d’azienda, soggetti al diritto di revoca da parte dei lavoratori e non
ricevono un salario superiore a prima. Se questo non è controllo
operaio, qualsiasi sia il nome che viene dato ad esso in Venezuela,
cos’è? Non soltanto questo, ma sia nel caso di Alcasa che in quello dei
lavoratori petroliferi durante la serrata, la classe operaia
venezuelana ha dato ampia prova di avere il necessario livello
culturale e politico per esercitare il controllo operaio.
La posizione politica portata avanti da Torres e
altri nel movimento sindacale e in quello bolivariano è soltanto un
rimaneggiamento della vecchia teoria stalinista delle due fasi, che
sosteneva come una rivoluzione doveva essere divisa in due fasi: prima
la lotta per la liberazione nazionale e la democrazia, e poi, in un
futuro lontano, la lotta per il socialismo. Il problema di questa
teoria è che Chavez ha chiaramente dichiarato che l’obiettivo a cui
tendere è il socialismo e il dibattito si è aperto nel movimento
rivoluzionario. La classe capitalista del Venezuela,come abbiamo
spiegato all’inizio, quando si è confrontata con le prime misure di una
genuina rivoluzione nazionaldemocratica, ha deciso di organizzare una
rivolta armata! Ecco un esempio chiarissimo di come non si può separare
l’una dall’altro. Tanto prima si comincia a portare avanti, seriamente,
i compiti della rivoluzione nazionaldemocratica, tanto prima ci si
confronta col semplice fatto che il nemico che stai affrontato non è
solo l’imperialismo, ma anche i proprietari locali delle banche, della
terra e dell’industria, che sono la classe capitalista.
Lo sviluppo del controllo operaio non è stato
bloccato soltanto dal sabotaggio della burocrazia e dei riformisti.
Purtroppo, l’elemento principale è stata la inattività dei dirigenti
sindacali. In numerose occasioni Chavez ha lanciato un appello pubblico
ai lavoratori a prendere in mano le fabbriche dove gli imprenditori
avevano sabotato la produzione. Ha stilato anche una lista di 700
aziende che erano state dismesse e altre 500 in via di dismissione,
rivolgendo un appello agli operai ad occuparle.
Cosa ha fatto invece la direzione dell’Unt? Invece
di mettere in pratica l’appello diChavez e organizzare i lavoratori di
diverse regioni per occupare queste fabbriche e rivendicare
l’espropriazione statale sotto il controllo operaio, non ha fatto
praticamente nulla. Anche l’ex Ministro del Lavoro, Maria Cristina
Iglesias, ha criticato pubblicamente i dirigenti dell’Unt per la loro
passività su questo fronte! Qualcuno potrebbe argomentare che Chavez
aveva soltanto fatto un appello ai lavoratori a occupare fabbriche già
abbandonate dai proprietari e che perciò questa non è propriamente una
misura socialista. Strettamente parlando, questo è vero. Ma proviamo
soltanto ad immaginare cosa succederebbe se 700 o 100 fabbriche
occupate dagli operai che ne chiedono l’espropriazione sotto il
controllo operaio, venissero in seguito effettivamente espropriate dal
governo. Ciò potrebbe aprire seriamente il dibattito sul controllo
operaio nell’industria pubblica e privata, e la necessità di una
pianificazione democratica dell’economia, ponendo ciò all’ordine del
giorno per il movimento operaio. Nei fatti, già ora, molti conflitti
per i salari e le condizioni lavorative terminano con discussioni tra i
lavoratori sull’occupazione e l’espropriazione (come nel caso della
Sanitarios Maracay). In una situazione rivoluzionaria come in Venezuela
non c’è alcuna muraglia cinese che possa dividere le aziende in
bancarotta da quelle attive che stanno attaccando i diritti e le
condizioni dei lavoratori, né alcuna divisione tra aziende pubbliche e
private.
Il sindacato
Qualcuno nella direzione dell’Unt (come abbiamo
visto nel caso di Jacobo Torres) attualmente si è opposto al controllo
operaio. Ma quel che è più preoccupante è l’atteggiamento di alcuni di
coloro che sono nella sinistra della leadership dell’Unt, i quali non
hanno preso sul serio questa questione. Ad esempio, i dirigenti
dell’ala sinistra, la Ccura, dell’Unt, che sono impegnati nella
costruzione del nuovo Partido por la Revolución y el Socialismo erano
contrari alla partecipazione all’ Encuentro Latinoamericano de
Trabajadores de Fabricas Ocupadas y Recuperadas, perché sostengono sia
stato un incontro “gobiernero” (filogovernativo). Certamente, è una
cosa buona che un Ministero del Lavoro promuova un meeting di questo
tipo (ovviamente provando a non interferire con le conclusioni che
potrebbero trarne i lavoratori). Ma anche se si è all’opposizione
politica rispetto agli organizzatori di quell’incontro, la peggiore
cosa che si può fare è…non andarci! Va dato atto a Orlando Chirino di
aver partecipato all’incontro, ma molti altri della Ccura hanno seguito
il settarismo dei dirigenti del Prs.
I dirigenti del Prs si sono anche astenuti in
generale dal partecipare al movimento delle fabbriche occupate,
Freteco, che è stato creato nel febbraio di quest’anno, e che ora
organizza la stragrande maggioranza delle fattorie sotto “cogestion” in
Venezuela. L’unica tendenza nel movimento operaio che ha proposto di
costituire questo fronte e ha lavorato continuamente per svilupparlo è
stata la Corriente Marxista Revolucionaria (Cmr).
Il recente Incontro nazionale del Freteco è stato da questo punto di
vista un indicazione di che cosa sarebbe possibile fare. I militanti
operai nel Freteco, partendo da coloro che stanno dirigendo
l’esperienza del controllo operaio all’Inveval a Los Teques, hanno
dovuto resistere a enormi pressioni da parte della burocrazia statale
che voleva annacquare il contenuto della loro lotta, e di recente
persino mettere la parola fine al controllo operaio.
Questo è ancora un movimento giovane, che sta
imparando dai propri errori. Questo è stato il caso ad esempio
dell’Invepal, la cartiera di Moron. Qui i lavoratori decisero di
smantellare il sindacato dopo l’esproprio. Credevano che avendo loro
adesso il controllo e eleggendo i dirigenti, non avevano bisogno del
sindacato. Questo fu un errore grave di cui hanno pagato lo scotto
quando i nuovi dirigenti eletti si sono discostati dagli obiettivi
originari della lotta. Ma la cosa più importante è che alla fine
nell’ottobre 2005, un’assemblea operaia di massa decise di rimuoverli e
di eleggere una nuova direzione. Tale esperienza non è stata negativo,
ma al contrario, come spiegano i lavoratori, dimostra come la
democrazia operaia, il controllo e il diritto di revoca sono le uniche
armi genuine contro la burocrazia.
A causa dell’esistenza di organismi come Freteco, i
lavoratori in lotta, a parte l’elementare solidarietà ricevuta, hanno
potuto discutere le loro esperienze e generalizzare le loro
conclusioni. Se un’organizzazione come questa (basata su delegati
eletti in ogni fabbrica) esistesse all’interno della totalità del
movimento rivoluzionario, sarebbe un grande passo in avanti.
I lavoratori all’Inveval e alla Invepal, e nelle
altre fabbriche occupate, a dispetto di tutte le difficoltà, mostrano
come gli operai sono capaci di portare avanti l’industria in modo
democratico. Ma sono anche coscienti che non possono restare piccole
isole di socialismo nel mare del capitalismo, e che la loro lotta è
soltanto una parte della lotta generale per l’espropriazione della
borghesia intera e della direzione dell’economia venezuelana sotto una
pianificazione democratica della produzione.
L’economia venezuelana rimane un’economia
capitalista. I settori chiave rimangono in mani private e alcuni di
essi nelle mani delle multinazionali. Questo è il caso del settore
bancario per esempio (in mano a due multinazionali spagnole), le
telecomunicazioni, la distribuzione alimentare, i mass-media, ecc.
Questi capitalisti hanno mostrato ancora una volta la loro totale
opposizione alla rivoluzione bolivariana, anche se questa non è andata
così avanti da minacciare direttamente la proprietà privata dei mezzi
di produzione.
La questione di chi controlla l’economia deve essere
risolta nella prossima fase della rivoluzione. Le leve del potere
economico non possono essere lasciate in mano alla controrivoluzione,
che non esiterà nell’usarle per schiacciare la rivoluzione, quando
capirà che il momento è adatto.
Un punto di svolta cruciale per la rivoluzione
Riassumendo, possiamo quindi dire che le elezioni
del 3 dicembre sono un punto cruciale di svolta per la rivoluzione
venezuelana. Le masse si mobiliteranno per ottenere una vittoria
trionfale il 3 dicembre ma subito dopo si aspetteranno ed esigeranno
delle soluzioni ai loro problemi chiave: lo stato e la burocrazia,
l’organizzazione democratica del movimento rivoluzionario e soprattutto
la questione dell’economia.
In queste condizioni, le idee del marxismo che già
ora sono ampiamente discusse all’interno del movimento, avranno un’eco
ancora maggiore.
La rivoluzione venezuelana può risolvere queste
contraddizioni soltanto se si muove decisamente nella direzione del
socialismo, vale a dire verso un’economia nazionalizzata e
democraticamente pianificata e uno stato operaio genuino basato
sull’eleggibilità e la revocabilità dei delegati ad ogni livello.
Uno sviluppo del genere potrebbe avere un impatto
enorme nel terreno già fertile dell’America Latina rivoluzionaria e
aprire le porte a una rivoluzione continentale.
1 novembre 2006
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